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Una sentenza attesa da anni. Finalmente la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata sulla Terra dei fuochi, in Campania, accogliendo parte delle decine di ricorsi presentati a Strasburgo da residenti e associazioni del territorio: secondo la Corte, lo Stato italiano non ha fatto “tutto il necessario per proteggere la vita dei ricorrenti” e non ha affrontato il problema “con la diligenza richiesta dalla gravità della situazione”. Ora l’Italia ha due anni per introdurre misure che risolvano l’emergenza in un territorio dove l’impennata di malattie gravi e decessi è stata confermata anche da studi scientifici ufficiali. Abbiamo raccolto le parole di mons. Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, una delle diocesi colpite dal dramma di sversamenti di rifiuti e roghi tossici.
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(Foto: diocesi di Aversa)
Quanto è importante questa sentenza, anche se c’è voluto molto tempo?
È importante perché definisce ciò che da tempo è stato denunciato riguardo la situazione delle nostre terre e proposto, in positivo, circa le bonifiche da parte delle associazioni dei cittadini e della Chiesa locale. È il riconoscimento di quanto era sempre stato detto da chi vive qui, ma che in altri ambienti è stato spesso negato o in qualche modo ridotto. Oggi abbiamo avuto questa ulteriore conferma ufficiale, pubblica, di questa drammatica verità.
Ci auguriamo che questo pronunciamento ora possa suscitare maggiori attenzioni, migliori interventi, possa essere di incoraggiamento ad azioni che aiutino il nostro ambiente a riprendersi
da quella situazione in cui è stato precipitato dall’abbandono, con la conseguenza di tutto quello che ha danneggiato la salute, oltre che l’ambiente. Al tempo stesso, mi amareggia che ci sia voluto un pronunciamento ancora una volta di organi che vengono a esprimere una condanna per la nostra nazione, come se questo danno fosse fatto a terzi. No: la nazione ha vissuto e vive questo male in se stessa, senza riuscire a curarlo e a guarirlo, nonostante pronunciamenti importanti dall’Europa.
La Chiesa locale ha sempre raccolto il grido della terra e della gente, che si è vista privare della salute…
La Chiesa locale, che vive quotidianamente a contatto con la popolazione, ha recepito questa difficoltà enorme, questa situazione drammatica che si è creata e l’ha fatta sua. Ricordo la prima azione assunta da noi vescovi delle diocesi del nord del napoletano, tanti anni fa, quando proclamammo una giornata di digiuno e preghiera per chiedere perdono alla terra.
In questi anni purtroppo le terre sono state inquinante e tanti sono morti. Cosa si aspetta ora dalla sentenza?
Spero che possa suscitare un fermento di qualcosa di buono e nuovo,
almeno su due fronti: da una parte, speriamo che ci sia la consapevolezza in chi è preposto alla salute pubblica e in chi ha il governo del territorio affinché possa mettere l’attenzione opportuna per risolvere i problemi, con bonifiche dei territori, azioni per rendere l’ambiente più salubre e per salvaguardare la vita umana; dall’altra parte, ci auguriamo che ci sia in tutta la cittadinanza quel cambio di mentalità, per cui impariamo tutti insieme ad avere attenzione per il territorio. Questo significa essere attenti a non abbandonare rifiuti in qualsiasi posto, ma anche avere una sensibilità per essere più rispettosi della vita e dell’ambiente comune.
In questi anni si è dovuto combattere anche con un forte negazionismo: perché a suo avviso? Per cecità o malaffare?
Se si trattasse di cecità, potrebbe essere attribuita a pigrizia, a non voler modificare certe abitudini, a non volere impegnarsi a organizzare in maniera più efficiente e positiva la nostra vita, a essere attenti alle risorse, a rispettare la natura. Sapientemente, mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ultimamente ci ha invitato tutti a far riposare la terra, a rispettare l’ambiente, a non considerare la terra una macchina da sfruttare per produrre in maniera esasperata ciò che a volte riteniamo utile alla vita dell’uomo. Quindi, cecità potrebbe voler dire pigrizia nell’impostare le attività dell’uomo senza entrare nell’ottica della sostenibilità. C’è poi l’altra possibilità: negazionismo legato al malaffare, considerando tutto quello che c’è nel nostro territorio come possibile fonte di guadagno egoistico, individualistico o di gruppi, ma che danneggia gravemente la vita comune. E non è detto che questo modo di fare sia finito.
La Chiesa in questi anni ha avuto un ruolo importante nel combattere questi due atteggiamenti sbagliati…
Sì, in questi anni don Maurizio Patriciello e l’oncologo Antonio Marfella hanno denunciato tutto quello che stava accadendo, sostenuti da tutta la Chiesa locale e in dialogo con le associazioni che sul territorio sono attente ai problemi ambientali e della salute. Come Chiesa locale abbiamo cercato sempre di mettere in dialogo tutte le componenti sociali, le associazioni di cittadini ed ecclesiali, le realtà istituzionali, a tutti i livelli, locale, regionale, nazionale ed europeo. Nel 2013 fui stato invitato a portare personalmente questi temi al Parlamento europeo e in quell’occasione delegai don Patriciello e Marfella. In questi anni abbiamo cercato di non creare mai fratture sociali: sostenendo il legittimo rivendicare dei cittadini a vivere bene nell’ambiente nel quale ci troviamo, abbiamo cercato di fare in modo che queste richieste fossero fatte nel dialogo tra cittadini stessi e istituzioni. A volte tutto questo è stato faticoso, ma le associazioni e i sindaci del territorio hanno sentito la vicinanza e la sollecitazione della realtà ecclesiale e hanno voluto che fossimo tutti insieme nel proporre qualcosa che potesse liberare il territorio da questi veleni e da ciò che il malaffare ha prodotto purtroppo nella nostra realtà.