Una terra senza lavoro?

Siamo una regione che dà i numeri. Lo dimostra il dossier della Cgil che nei mesi scorsi ha fornito una mappa della Basilicata che, inserita nella lettura dei dati sul Mezzogiorno, non segna il cambiamento che l’effetto 2019 sperava di produrre. Al sud il numero delle famiglie in cui tutti i componenti sono in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018 passando da 362 mila a 600 mila, contro le cifre del nord Italia che segnano 470mila persone in cerca di occupazione

Siamo una regione che dà i numeri. Lo dimostra il dossier della Cgil che nei mesi scorsi ha fornito una mappa della Basilicata che, inserita nella lettura dei dati sul Mezzogiorno, non segna il cambiamento che l’effetto 2019 sperava di produrre. Al sud il numero delle famiglie in cui tutti i componenti sono in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018 passando da 362 mila a 600 mila, contro le cifre del nord Italia che segnano 470mila persone in cerca di occupazione. Se in Basilicata l’emergenza resta quella dei giovani che lasciano la terra d’origine senza farvi più ritorno, il fenomeno spicca ancora di più se si osserva la lenta ma inesorabile contrazione dei residenti nei centri della provincia. In presenza di uno spopolamento costante, rischiano di venire a mancare anche servizi di prossimità, quelli sanitari e tutti i presidii che stanno continuando a garantire una vita normale anche nei paesi con il minor numero di residenti. Dotare la regione di infrastrutture adeguate (strade, ferrovie, autostrade) non vuol dire, però, concentrare l’attenzione solo su questi aspetti. Le occasioni per mettere alla prova le potenzialità dei più giovani ci sono ma rappresentano ancora delle eccezioni, realizzate all’interno degli istituti scolastici già appesantiti dalla necessità di garantire numeri di classi e quindi di iscritti, quasi fossero ragionieri del sapere. Le infrastrutture devono passare anche e soprattutto dal mondo della scuola che deve farne casi di studio, esempi, consuetudini da utilizzare per testare i cervelli e non farli fuggire. La sfida è ancora più avvincente di quella che ha affrontato Matera nel suo anno da capitale europea della cultura, perchè creare le condizioni per evitare che i giovani immaginino la loro terra come privazione e non come occasione di sviluppo. Il cambiamento, perciò, non deve essere solo economico, politico, istituzionale ma prima di tutto civile e sociale senza differenze tra fasce sociali. Il crollo del numero dei laureati al sud, che si ferma a un imbarazzante 14,6%, la dice lunga ma, al tempo stesso, può e deve essere la base di una programmazione basata proprio su ciò che è in grado di produrre incremento degli iscritti, condizioni migliori per decidere di laurearsi nella propria terra. Qualche segnale positivo si registra con l’accordo fra Università e Conservatorio di Matera con l’obiettivo di portare nuovi iscritti con doppia frequenza e laurea con la metà delle tasse da pagare. In prospettiva un ampio spettro di opportunità in più nel mondo del lavoro che Matera ha colto e che al momento è stata realizzata solo in Liguria. Non tutto è perduto, dunque.

(*) direttore “Logos” (Matera)

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