La vera confessione

Il perdono di Dio è legato strettamente alla riparazione del male arrecato ai singoli o alla comunità a riprova che la fede non consiste in un insieme di pratiche pie o devote ma ha sempre un risvolto di giustizia sociale. Vivremmo sicuramente in una società più giusta

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Quando la confessione può portare ad un ravvedimento totale. È quanto accaduto in una parrocchia di Borgotrebbia alla periferia di Piacenza. Qui, come riporta la Gazzetta di Parma, una persona è andata a confessarsi in chiesa sostenendo di essere uno spacciatore e, una volta ricevuta l’assoluzione dal parroco, gli ha consegnato un pacco con un chilo e mezzo di marijuana. Un evento davvero singolare avvenuto subito dopo la messa domenicale. Don Pietro Cesena ha confessato un giovane che ha manifestato pentimento per aver spacciato droga. Al punto che per dimostrare il proprio ravvedimento, dopo l’assoluzione ha consegnato al parroco la droga in suo possesso. A don Pietro non è rimasto che chiamare la polizia e consegnargli lo stupefacente il cui valore era stimabile sui 20mila euro. Ovviamente, trattandosi di confessione, è stato possibile conoscere il peccato ma non il peccatore il cui nome è rimasto protetto dal segreto del confessionale.
Ecco un esempio, ripreso da un organo di stampa, di cosa significa vera conversione: abbandono della vita vecchia e inizio di un cammino nuovo. È il principio perché la confessione sia veramente valida. Lo stesso procedimento si deve applicare per chi delinque per qualsiasi motivo: la restituzione del maltolto, magari in maniera anonima, quale segno di un totale cambiamento provocato dall’incontro con la misericordia di Dio e il dovere di una giusta riparazione. E qualora non fosse possibile restituire o riparare il danno arrecato, la Chiesa indica nella beneficenza proporzionata la regola di un vero e sincero pentimento.
Ora il fatto che l’avvenimento sia finito sui giornali quasi come articolo di colore indica la distanza tra la dottrina della Chiesa e la pratica reale di coloro che si professano credenti, magari frequentano le nostre chiese e poi non si preoccupano di frodare a qualsiasi titolo persone e istituzioni. E questo vale soprattutto in termini di frodi alle assicurazioni, all’Inps, ai finti malati o invalidi, all’evasione fiscale e via dicendo.
Questo piccolo episodio dovrebbe indurci tutti a riflettere che il perdono di Dio è legato strettamente alla riparazione del male arrecato ai singoli o alla comunità a riprova che la fede non consiste in un insieme di pratiche pie o devote ma ha sempre un risvolto di giustizia sociale. Vivremmo sicuramente in una società più giusta.

(*) direttore “Settegiorni dagli Erei al Golfo” (Piazza Armerina)

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