Vite donate, vite compiute…

Pur senza dissimulare la fragilità e i limiti di chi ci lascia, quello che resta in chi rimane è la percezione di una vita vissuta in pienezza: una vita compiuta, donata, ricca di senso, densa di umanità e di fede

“La morte non è la fine della vita, ma il suo compimento”. Forse non è sempre così, lo sappiamo. Basta pensare alle vite che si interrompono prematuramente. Altre volte la verità di questa affermazione ci sfugge o non ci è subito evidente, perché si palesa solo col passare del tempo. In altri casi, tuttavia, questa frase, confidatami da un amico dopo un grave lutto, appare fin da subito quanto mai vera e ricca di senso. Mi spinge a queste considerazioni – ovviamente non in modo esclusivo – il funerale di alcuni sacerdoti della nostra diocesi cui ho partecipato di recente. È un dato sotto gli occhi di tutti che l’età media del nostro clero – e di quello di molte altre diocesi italiane – stia continuando a crescere e conseguentemente, sempre più spesso, si è chiamati a dare l’ultimo saluto a qualche confratello. Questo dato di fatto ovviamente preoccupa sul versante pastorale, perché non ci sono altrettante nuove vocazioni che possano “prendere il posto” di chi non c’è più, mentre ai preti più giovani e in forze sono affidati sempre più incarichi e più comunità parrocchiali, con il rischio di un sovraccarico di lavoro che, se non è ben gestito, può essere fonte di disagi tanto per il singolo presbitero quanto per le comunità che gli sono affidate. Guardando la cosa in modo più globale, quella che stiamo attraversando è una fase di passaggio e di “crisi”: una certa immagine di chiesa, un pezzo alla volta, sta scomparendo, non senza resistenze e sofferenza, mentre si fa fatica a intravedere il nuovo che ci attende e che, in un faticoso travaglio, sta prendendo forma.
Accanto a questi aspetti di carattere pastorale ed ecclesiale, c’è anche una dimensione più squisitamente umana che è coinvolta: l’assottigliarsi del clero comporta una sensazione di solitudine – per i preti e per i laici – che fa soffrire e che ingenera una certa tristezza interiore. Se ne vanno dei pastori e dei confratelli, cioè dei volti familiari, con i quali si è percorso un tratto di strada e che si è imparato ad apprezzare per un qualche dono o qualità personale: l’affabilità e l’umiltà di quel tal prete, la fede piena di ottimismo e di speranza di un altro, l’anelito missionario e la passione per l’annuncio del vangelo di un altro ancora… Ci si sente un po’ orfani, un po’ più soli, privati di amici la cui testimonianza faceva intravedere un cammino possibile e la cui semplice presenza riscaldava il cuore. E tuttavia, seppure in un contesto ecclesiale difficile e complesso come quello attuale, nella celebrazione delle esequie di alcuni confratelli si coglie paradossalmente – pur nella tristezza del momento – qualche cosa di bello, che infonde serenità e speranza. Se al funerale di un prete, scomparso molto anziano e dopo diversi anni di lontananza dall’ultima parrocchia in cui ha prestato servizio, ci si ritrova in tanti per dargli l’ultimo saluto, con gli occhi lucidi e con parole piene di commozione e di gratitudine, allora vuol dire che quella vita è stata spesa bene e ha lasciato un segno. Vuol dire che molti hanno capito che quell’esistenza è stata dedicata al prossimo e a Dio nella purezza e nella gratuità. Credo sia questa limpida dedizione che decida l’esito di un’intera vita e ne sancisca il suo portare frutto. Pur senza dissimulare la fragilità e i limiti di chi ci lascia, quello che resta in chi rimane è la percezione di una vita vissuta in pienezza: una vita compiuta, donata, ricca di senso, densa di umanità e di fede. Una vita per la quale ringrazi il Signore di avere avuto il dono di incrociarla, di conoscerla, di apprezzarla. Sebbene nella sofferenza dell’a-Dio e dell’ora del distacco – una separazione che ti fa sentire un po’ più solo perché privato di una presenza bella e significativa –, sei pervaso da un senso di grande serenità e di profonda gratitudine. A chi resta, come in un simbolico passaggio di testimone, viene affidata una più grande responsabilità, ma per lui si apre anche il tempo della fiducia per gettare uno sguardo riconciliato sul futuro, perché ha sperimentato che chi dona la propria vita – come ad esempio questi confratelli – non la perde, ma le dà pieno compimento.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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