Violenze su detenuti: arrestati a Torino 6 agenti. Fra Grosso: “L’amministrazione è attenta, ma si fa fatica per sovraffollamento”

Sei agenti penitenziari della casa circondariale Lorusso e Cutugno sono finiti agli arresti domiciliari per ripetuti atti di violenza e tortura nei confronti dei detenuti. Il provvedimento scaturisce da un’attività d’indagine su alcuni gravi episodi di violenza commessi all’interno del penitenziario, nel periodo compreso tra l’aprile 2017 e il novembre 2018. Ad avviare le indagini una segnalazione della garante delle persone private della libertà personale del comune di Torino, che era venuta a conoscenza di uno degli episodi durante un colloquio con alcuni detenuti. A parlare al Sir del clima che si vive oggi nel penitenziario è il cappellano, fra Silvio Grosso, appartenente alla Fraternità monaci apostolici diocesani

“La tensione è alle stelle tra gli agenti”.

Parola del cappellano della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, fra Silvio Grosso, appartenente alla Fraternità monaci apostolici diocesani, che, raggiunto telefonicamente dal Sir, spiega il clima che ha trovato stamattina, giovedì 17 ottobre, in carcere, dopo gli arresti domiciliari comminati a sei agenti di polizia penitenziaria per ripetuti atti di violenza e tortura nei confronti dei detenuti. Il provvedimento scaturisce da un’attività d’indagine su alcuni gravi episodi di violenza commessi all’interno del penitenziario, nel periodo compreso tra l’aprile 2017 e il novembre 2018. Ad avviare le indagini una segnalazione della garante delle persone private della libertà personale del comune di Torino, che era venuta a conoscenza di uno degli episodi durante un colloquio con alcuni detenuti. “L’attività, che riguarda non solo le persone oggi sottoposte a misura cautelare, ma anche altri soggetti indagati a piede libero – si legge in una nota della Procura – è ancora in corso ed è volta tanto ad accertare eventuali responsabilità penali di altri soggetti, quanto a verificare se ci siano stati altri episodi analoghi, oltre a quelli finora denunciati. L’applicazione delle misure cautelari si è dunque resa necessaria per evitare, in questa delicata fase, il pericolo di inquinamento probatorio”.

“All’interno del carcere l’amministrazione è molto attenta a prevenire e far fronte a questo tipo di fenomeni: c’è un impegno a tenere sempre sotto controllo situazioni del genere che potrebbero verificarsi”, racconta fra Grosso, insieme alla sorpresa di fronte alla notizia degli arresti. Ma, ammette, “si sono verificate delle difficoltà in sezione per il sovraffollamento”. Ora, però, “occorre aspettare la conclusione delle indagini” per rispettare sempre la presunzione di innocenza. Il carcere di Torino, precisa, “è stato definito il più complesso d’Italia, perché ha al suo interno, tranne il 41bis, la presenza di tutte le tipologie di circuito penitenziario: agli agenti di polizia penitenziaria è richiesto, effettivamente, un lavoro delicato e molto faticoso. C’è un lavoro di sorveglianza molto più gravoso, perché ad esempio, alcuni circuiti penitenziari non possono venire in contatto gli uni con altri. E c’è un lavoro trattamentale molto più complesso”. Nella sua esperienza il cappellano ha trovato “agenti preparati e attenti. Se queste accuse verranno provate, la giustizia sicuramente farà il suo corso”. Qualche detenuto si è mai lamentato di violenze, parlando con lei? “Di modi bruschi sì, è successo – la risposta –; di violenze preferisco non parlare essendoci un’indagine in corso”.

Quasi un mese fa, prosegue fra Grosso, “c’è stata la festa della polizia penitenziaria: il direttore, nella sua relazione, ha parlato della presenza di 1.550 detenuti su una capienza del carcere di 1.062: ci sono detenuti di media sorveglianza, per reati sessuali, di alta sicurezza…”. Di contro, “gli agenti penitenziari in organico mi pare che siano 750, mentre dovrebbero essere più o meno 850. Su 750 agenti ci sono solo 14 educatori, significa più di 100 detenuti per educatore”. Fatta salva la presunzione di innocenza, “se alla fine delle indagini dovesse risultare che qualcuno, per indole propria, tende ad avere degli atteggiamenti vessatori potrebbe darsi, ma è anche vero che è un sistema che comunque esprime una certa capacità di autoregolazione, di autodenunzia: su un numero così alto di agenti sarebbe una percentuale ridotta che ha sbagliato, anche perché è cambiata la mentalità di approccio degli agenti rispetto a 30/40 anni fa”.

All’interno del carcere “c’è il volontariato, che attualmente sta vivendo un momento di crisi, perché i volontari, da un lato, vantano la bellezza di un’esperienza di diversi anni, ma, dall’altro, hanno loro stessi molti anni”, afferma il cappellano. “L’amministrazione ha organizzato, quest’anno, un corso per assistenti volontari penitenziari, che ha avuto una grossa affluenza. Lo scopo è stato incentivare un ricambio e una presenza maggiore. Adesso questi nuovi volontari si stanno lentamente inserendo”, dice fra Silvio. A ciò si aggiunge che “ci sono associazioni che propongono attività. La stessa garante dei diritti delle persone detenute si è spesa per attivare delle iniziative interne al carcere di contatto con la società esterna”. Dunque, sottolinea fra Grosso,

“c’è fermento, ma nella vita feriale quotidiana le problematiche rimangono,

dovute a un sistema che fa fatica a far fronte a un numero di detenuti così alto. Non possiamo nasconderci la necessità di una riforma carceraria: finché non si affronta questo nodo i problemi restano. O si ragiona sul decentrare l’esecuzione penale dal carcere, per cui il carcere è una tra le possibilità e smette di essere la principale soluzione, dando spazio e risorse a una detenzione alternativa, o la situazione non può migliorare”.

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