Beauty e Lawrence tumulati nella tomba dei marchesi di Barolo a Torino

A Torino la tomba che ospitò il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, celebre per le sue opere di misericordia insieme alla moglie Giulia, è divenuta strumento di carità. L’Opera Barolo - presieduta da mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino -, ha disposto di destinarla alla tumulazione delle persone decedute più sfortunate, senza parenti e senza alcun residuo affetto, come spiega l'arcivescovo: "Alla dignità di ogni persona appartiene anche la disponibilità di una sepoltura decorosa”

Tomba di Carlo Tancredi Falletti di Barolo

Tomba 197. Vuota fino a pochi giorni fa e adesso strumento di misericordia corporale per chi la crudezza della vita riduce ad essere uno scarto della società. Non un fatto banale. E nemmeno consueto. Sicuramente qualcosa che dice molto a chi sa leggere un segno di carità fuori dal comune, soprattutto in tempi difficili come questi. Accade a Torino, nel cimitero generale della città.

Occorre un po’ di storia. Quella tomba ha ospitato il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo: certamente un moderno per i suoi tempi, che ha lasciato il segno. Così come lo è stata la moglie: Giulia Colbert de Maulevrier. Per capire, basta sapere che Carlo e Giulia (marchesi di Barolo, appunto), sono stati una coppia fuori dall’ordinario: ricca, colta, cosmopolita, poliglotta, con una rete internazionale di rapporti. Nati sul finire del XVIII secolo e vissuti nella prima metà del XIX, si incontrano alla corte di Napoleone e vivono in un periodo certo non facile. Illuministi, appassionati di cultura, pedagogia, economia, arte e politica, sono anche profondamente religiosi.

Oggi, la migliore sintesi della loro vita è forse quella data dall’ente (l’Opera Barolo), che ne prosegue l’attività:

erano “appassionati di umanità”.

Con un atteggiamento “scandaloso” allora (forse anche oggi), i due non solo hanno condiviso il loro patrimonio con i più poveri, ma lo hanno fatto cercando di rispondere ai bisogni emergenti di una società che non era ancora quella italiana e moderna, ma che rispecchiava già problemi che in seguito sarebbero diventati pesantissimi: la necessità di avere un’istruzione e quindi un lavoro e così una dignità che altrimenti sarebbe impossibile da raggiungere. Non contenti di agire così in vita, Carlo e Giulia posero le condizioni affinché il loro disegno potesse proseguire nel futuro con la creazione nel 1864 di quella che oggi è l’Opera Barolo.

E la tomba vuota?

Carlo fu lì fino al 2013, quando avvenne la sua traslazione nella Chiesa di Santa Giulia in Vanchiglia (uno degli storici e più popolari quartieri della città), dove, dal 1899, riposa Giulia. Ma, come si è detto, anche una tomba vuota può essere strumento di carità. Così l’Opera Barolo – presieduta da mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino -, ha disposto nel 2018 di destinarla alla tumulazione delle persone decedute più sfortunate, senza parenti e senza alcun residuo affetto. Gli ultimi che diventano i primi. D’altra parte, dare degna sepoltura agli ultimi fa parte – spiegano in Opera Barolo -, “delle sette opere di misericordia ed è espressione dell’impegno sociale dei marchesi a favore dei più vulnerabili, protetti dagli inizi dell’Ottocento, soprattutto nel distretto sociale Barolo, la Cittadella della solidarietà attiva ininterrottamente dal 1823 tra via Cigna e via Cottolengo (un altro crocevia storico della città, ndr), con oltre 20mila servizi annui alle persone in difficoltà”.

Sbrigate quindi le formalità necessarie con l’amministrazione comunale, dal mese di agosto la tomba 197 accoglie Lawrence Irimoren, cittadino nigeriano, arrivato in Italia negli anni ’80, senza famiglia, con un lavoro prima e poi, dal 2012, inghiottito dalle strade della città che erano diventate la sua casa. In autunno arriverà la salma di Beauty, una donna nigeriana, gravemente ammalata, di 31 anni, morta in ospedale nel marzo di un anno fa circa, dopo aver dato alla luce Israel il cui padre era stato fermato al confine con la Francia. Altri arriveranno.

Il senso di tutto lo spiega con chiarezza l’arcivescovo: “Alla dignità di ogni persona appartiene anche la disponibilità di una sepoltura decorosa: nella morte siamo ugualmente chiamati a riconoscere e rispettare il dono e la memoria della vita! È un ‘diritto’ di ogni uomo o donna, al di là della sua nazionalità, religione e censo, che va dunque salvaguardato e promosso anche in questa circostanza. E vale soprattutto per quelli che vivono per strada, senza famiglia e amici, scartati dalla società: non ci si preoccupa di loro da vivi, e tanto meno quando muoiono”. E poi ancora: “La scelta di rendere disponibile uno spazio nel terreno sepolcrale dei marchesi di Barolo come è avvenuto a Torino, per il nigeriano Lawrence, rientra dunque pienamente in quel dovere di accoglienza di cui ha tanto bisogno oggi la nostra società, e che rappresenta un obbligo morale per ogni cristiano, e civile per ogni cittadino”.

E il marchese? Sulla sua tomba è scritto: “Fece del bene a molti. Avrebbe voluto farne a tutti. Anime cristiane dategli il bene delle vostre orazioni”.

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