L’importanza di chiamarsi per nome (e di salutarsi)

Oggi, forse anche a causa dei social media, ci stiamo abituando a relazioni fredde, distanti, lontane… Non è questo ciò che il Vangelo ci chiede, ma non è neppure quello che la nostra umanità domanda, che ha sete di conoscenze vere e di riconoscimento

foto SIR/Marco Calvarese

“Questa sera voglio qui sul palco, insieme a me, Gabriele, perché tutti i giorni del Grest, quando mi vedeva, mi salutava e mi chiamava per nome”. Sono le battute conclusive della serata finale del Grest di una parrocchia: le ha pronunciate la coordinatrice – Stefania – che si è rivolta così al folto pubblico di animatori, bambini, ragazzi e genitori, mentre stringeva la mano del piccolo Gabriele, un vispo ragazzino biondo delle elementari. Mi ha colpito molto questo episodio, che è stato immediatamente accompagnato da uno scrosciante applauso, perché – come è stato ricordato dalla stessa coordinatrice – oggi si rischia di non chiamarsi più per nome e si considerano come “dovute” troppe cose. Chiamare per nome una persona è segno di attenzione e di sensibilità. Vuol dire che si conosce e si “riconosce” l’altro, che non è uno qualsiasi, uno dei tanti, ma è proprio lui, con quel nome, e solo lui.
Aggiungo un’ulteriore considerazione. Oggi in molti ambienti – da quelli del lavoro a quelli familiari – si rischia persino di non salutarsi affatto. In molti casi, insomma, non viene solo meno il chiamarsi per nome ma anche il più basilare e ovvio saluto reciproco. L’impressione è che si dà per scontato tutto – anche le persone e il loro essere un dono – e si considera l’altro solo come un mezzo per i nostri fini e per i nostri obiettivi. Insomma, l’altro è funzionale a me, cioè in funzione dei miei obiettivi. Come un oggetto, che ora mi serve e poi non me serve più, non è degno né di un saluto né di un nome, così anche le persone con cui vivo. Questa peste disumanizzante colpisce, talvolta, anche gli ambienti ecclesiali e li impoverisce di affetto, empatia, sentimento, passione… In poche parole: li priva di tutto ciò che li potrebbe rendere attraenti e significativi.
Si rischia di cadere, anche qui, in un’interpretazione funzionale delle persone, che vengono considerate solo in virtù del compito o del ruolo che ricoprono. L’impressione talvolta è che ci conosciamo solo “in generale” o “a prescindere”, ma non abbiamo una vera conoscenza delle persone che incontriamo. Se è vero che ciò non è sempre umanamente possibile (come si può conoscere profondamente migliaia di persone?), altre volte, invece, dipende solo da noi e da come impostiamo le relazioni.
Ad un incontro di formazione per preti, un vescovo – mons. Erio Castellucci – ebbe a dire: “A volte interrogo le nostre parrocchie e chiedo loro se lo stile delle nostre comunità assomiglia di più a quello di un’azienda o a quello di una famiglia”. Senza disprezzare le aziende, nelle quali a volte si respira un clima di affiatamento e di squadra lodevole, il vescovo voleva portare l’attenzione sulla qualità delle relazioni tra cristiani: sono relazioni veramente umane oppure sono funzionali esclusivamente all’ottenimento di alcuni risultati (organizzare una celebrazione, preparare un evento, risolvere un problema…)? La domanda, assolutamente stimolante per le nostre parrocchie, credo sia importante anche per le relazioni in generale. Oggi, forse anche a causa dei social media, ci stiamo abituando a relazioni fredde, distanti, lontane… Non è questo ciò che il Vangelo ci chiede, ma non è neppure quello che la nostra umanità domanda, che ha sete di conoscenze vere e di riconoscimento.
L’augurio che mi permetto di estendere a tutti i nostri lettori è che questo tempo d’estate possa diventare un’opportunità per fare un “bagno di umanità”, riscoprendo la bellezza delle relazioni corte e dell’amicizia che scalda il cuore e – come Gabriele – rivolgendoci a vicenda un saluto sincero e chiamandoci per nome. Buona estate e buon “bagno di umanità” a tutti…

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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