La certificazione Unesco diventi opportunità per tutti

Il giro d’affari attorno al Prosecco è – almeno per ora – “stellare” e le prospettive sul turismo delle colline sono ben auguranti. Sarebbe grave, però, che nel nome dell’interesse economico, anche se ricadesse a beneficio di tutto il territorio, si soprassedesse alle pressanti richieste della cura e della salvaguardia ambientale

Ora che si è un po’ attenuata l’euforia per l’iscrizione delle Colline di Conegliano e Valdobbiadene a “Patrimonio dell’umanità”, si possono fare delle considerazioni con un po’ più di lucidità. Questo riconoscimento – lo si è detto più volte – è insieme una grande opportunità e una grande responsabilità. Si tratta di un’approvazione prestigiosa che premia un territorio sapientemente trasformato nel corso del tempo dalle abili mani degli agricoltori. A ragion veduta il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha dedicato questa vittoria a quei contadini che, durante i secoli scorsi, per poter sfamare le proprie famiglie hanno strappato al bosco lembi di terra, hanno coltivato quella particolare vite che si è ben adattata – il vitigno “glera” da cui si produce il rinomato Prosecco – ed hanno così contribuito al fabbisogno familiare. Si deve a loro, a quelle generazioni di poveri e laboriosi agricoltori, l’intuizione dei “ciglioni” e la coltivazione “a mosaico”, che rendono così suggestive queste colline dalle caratteristiche “dorsali a cordonata”. Certo, nel corso degli anni la situazione economica è molto cambiata. Lo sviluppo congiunturale del Nordest e il fortunato mercato che si è sviluppato attorno al Prosecco hanno portato ricchezza ai produttori, alla filiera e, in qualche misura, anche all’intero territorio. Insieme, però, si sono acuite delle tensioni tra viticoltori e una parte della popolazione, la cui voce si fa sentire grazie alle varie associazioni del mondo ambientalista. Il principale punctum dolens, infatti, è la questione ambientale: l’attuale modalità di coltivazione del Prosecco e, conseguentemente, l’utilizzo di pesticidi sono compatibili con gli standard ambientali richiesti da un territorio riconosciuto come Patrimonio dell’umanità? Per gli ambientalisti, che non hanno gioito di tale iscrizione, la risposta è decisamente no. Per i viticoltori, i sindaci, la regione e il Consorzio Docg – a quest’ultimo, in particolare, va riconosciuto un fattivo impegno nel monitoraggio del territorio – invece la risposta è senza dubbio sì.
Una questione che dà adito a risposte così diverse chiede di essere affrontata in modo equilibrato ed oggettivo. Auspicabile, ad esempio, sarebbe una più puntuale analisi d’ambiente, che chiarisca una volta per tutte la presenza di sostanze chimiche sul terreno e l’incidenza – o la non incidenza – di queste sulla salute dei cittadini. Converrebbe a tutte le parti in gioco trovare la “quadra” e fare in modo che l’iscrizione a Patrimonio dell’umanità diventi un’opportunità per tutti. Per i viticoltori, certamente, perché la tensione sociale con la popolazione non è un bel biglietto da visita né per l’auspicato sviluppo turistico né per il mercato del Prosecco. Ma anche per gli ambientalisti, perché la contrapposizione frontale coi viticoltori non è foriera di passi in avanti nella ricerca di forme di coltivazione più rispettose dell’ambiente, né di uno sviluppo del “biologico certificato” o dell’incremento di politiche a salvaguardia della biodiversità. La partita in gioco è di quelle importanti. Il giro d’affari attorno al Prosecco è – almeno per ora – “stellare” e le prospettive sul turismo delle colline sono ben auguranti. Sarebbe grave, però, che nel nome dell’interesse economico, anche se ricadesse a beneficio di tutto il territorio, si soprassedesse alle pressanti richieste della cura e della salvaguardia ambientale. Alla Regione Veneto è stato affidato il delicato compito di sorvegliare questa fase di transizione, perché si promuova un turismo davvero sostenibile e si incentivi un’agricoltura in armonia con il bellissimo territorio circostante. Rimangono, tuttavia, alcuni dubbi, che ci auguriamo possano essere fugati: è molto bella l’idea di un’accoglienza turistica “diffusa”, ma è realmente percorribile? Sono state usate parole importanti sulla necessità di una conversione dell’agricoltura al biologico, ma c’è realmente la volontà di attuarla? E vi sono le effettive possibilità climatiche e ambientali (la “vocazione” del territorio), perché la coltivazione biologica possa avvenire con discreto successo? La bussola per orientarsi in questa fase di passaggio è stata data con sufficiente chiarezza dall’Unesco, in modo particolare nelle 15 raccomandazioni affidate alla spedizione italiana in Azerbaijan. Si chiede, ad esempio, nella 13ª raccomandazione “di migliorare il coinvolgimento delle comunità locali nelle strutture di gestione e di garantire che i benefici locali derivino dal turismo e da strategie di sviluppo sostenibili”. Ci sia concesso di esprimere un desiderio. Come cittadino veneto, che ama la propria regione, sogno che l’innegabile bellezza (da custodire) delle Colline del Prosecco possa stimolare le amministrazioni e gli enti preposti a far brillare la bellezza dell’intero Veneto, il cui territorio ancora troppo spesso risulta deturpato da miopi scelte, dettate dalla sete di facili guadagni o da una scarsa sensibilità al bene di tutti.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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