Clima: il tempo stringe…

La questione del rispetto del creato riguarda proprio tutti e richiede a tutti, urgentemente, una nuova mentalità e un nuovo modello di sviluppo, se vogliamo garantire un futuro ai giovani di oggi e di domani

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Il presente Dialogo si svolge in un momento critico. L’odierna crisi ecologica, specialmente il cambiamento climatico, minaccia il futuro stesso della famiglia umana, e questa non è un’esagerazione”. Sono queste le preoccupate battute iniziali dell’appello che lo scorso 14 giugno Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti all’incontro promosso in Vaticano dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale sul tema “La transizione energetica e cura della nostra casa comune”. Una settantina di dirigenti di imprese nel settore petrolifero e del gas naturale (tra cui Eni, Shell, Total, Bp, Chevron, Exxon, ConocoPhillips, Oxy), assieme ad alcuni investitori internazionali (Bnp Paribas, BlackRock e altri) ed esperti in campo energetico. Questo tavolo di lavoro e di dialogo – al suo secondo appuntamento – nasce come naturale conseguenza della “Laudato si’” di Papa Francesco: l’enciclica del 2015 sulla cura della casa comune, citata anche nell’appello che il Pontefice ha rivolto ai partecipanti, ricorda che fa parte della missione della Chiesa intervenire sulle questioni vitali per l’intera famiglia umana, come la salvaguardia del creato, e anche proporre dei tavoli in cui, chi ha delle responsabilità in materia possa dialogare e cercare concrete soluzioni. Forse pensare che la Chiesa possa interagire con dei colossi economici, come quelli sopra citati, e conseguentemente possa contribuire a mutare le politiche industriali del pianeta potrà apparire una cosa ingenua, ma di fronte alla gravità della situazione nulla va lasciato intentato.
Il problema cruciale, posto sul tavolo, è l’emissione di anidride carbonica (C02), che si genera soprattutto dalla combustione degli idrocarburi (il petrolio e i suoi derivati) e in modo del tutto particolare dal carbone, ancora molto utilizzato in alcune parti del mondo per il riscaldamento delle abitazioni e per la produzione di energia elettrica dalle centrali a carbone. Uno degli effetti dell’immissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica, tramite le attività umane, è l’innalzamento della temperatura globale. Sebbene alcuni politici e qualche sparuto studioso si ostinino a negarlo, è ormai un dato di fatto – riconosciuto e provato dalla comunità scientifica – la correlazione tra la produzione umana di anidride carbonica e l’innalzamento delle temperature. L’aumento di qualche grado centigrado della temperatura globale ha degli effetti enormi sull’ambiente, con pesanti ripercussioni sull’intero ecosistema e, conseguentemente, anche sull’uomo. Si tratta pertanto di cambiare il modello di sviluppo delle nostre società, ancora in massima parte basato sulla combustione degli idrocarburi, e passare a nuove forme di approvvigionamento energetico, più rispettose dell’ambiente e meno impattanti dal punto di vista della produzione di anidride carbonica. I grandi della terra ne parlano ormai da anni in sontuosi e altisonanti simposi: basti ricordare la Cop 21, cioè gli accordi della conferenza di Parigi del 2015, in cui furono fissati, a livello mondiale, dei parametri per ridurre l’innalzamento della temperatura. Tuttavia sembra che la transizione energetica verso nuovi modelli di sviluppo proceda troppo a rilento, ostacolata – se non addirittura bloccata – dagli enormi interessi economici delle nazioni produttrici di petrolio e di carbone e dalle compagnie petrolifere. Nell’appello del 14 giugno, il Papa ha esortato i suoi interlocutori ad andare avanti con rapidità e con coraggio: “Il tempo stringe… Non possiamo permetterci il lusso di aspettare che altri si facciano avanti, o di dare la priorità a vantaggi economici a breve termine. La crisi climatica richiede da noi un’azione determinata, qui e ora, e la Chiesa è pienamente impegnata a fare la sua parte… Oggi è necessaria una transizione energetica radicale per salvare la nostra casa comune”. E noi, gente comune, abbiamo davvero a cuore l’ambiente? Siamo disponibili a rivedere il nostro stile di vita e quindi anche a rinunciare ad alcune comodità acquisite nel corso degli anni? A volte ho l’impressione che semplicemente si attenda che siano altri (i grandi della terra o qualche altra categoria) a fare qualcosa e si deleghi ad altri la questione, lavandosene pilatescamente le mani. A volte mi sembra che si pretenda che solo alcuni (ma in ogni caso sempre “gli altri”) debbano modificare il proprio stile di vita o il proprio metodo di lavoro e di produzione… “ma noi no”! In realtà, la questione del rispetto del creato riguarda proprio tutti e richiede a tutti, urgentemente, una nuova mentalità e un nuovo modello di sviluppo, se vogliamo garantire un futuro ai giovani di oggi e di domani: “Loro, i nostri figli, i nostri nipoti – ha detto ancora il Papa – non dovranno pagare! Non è giusto che paghino loro il costo della nostra irresponsabilità”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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