La sconfitta di Verona

Rimane il retrogusto di una strumentalizzazione utile alle rispettive fazioni per far vedere che si esiste e che la famiglia continua a rappresentare un buon argomento utile per alimentare il fuoco della polemica. È giusto chiedere alla politica che finalmente metta in campo un piano in grado di raccogliere consensi trasversali su misure che non sono né di destra né di sinistra, un piano che guardi al futuro, non a domani ma almeno a dopodomani. Ma non basta chiedere, anzi pretendere dalla politica. La società civile deve fare la sua parte in modo convinto e serio

Le luci si sono spente. Hanno smontato il palco. In lontananza si sentono ancora gli echi delle opposte fazioni che si sono combattute a Verona nell’ultimo fine settimana di marzo in nome della propria idea di famiglia. La famiglia, ancora una volta e più di prima, è servita ai diversi fronti per marcare il proprio recinto politico, a distinguersi dall’avversario-alleato di contratto, a battere un colpo per accorgersi che almeno per le battaglie ideologiche (non importa se di retroguardia) ancora si esiste.
Alla fine a chi come noi aveva guardato al Congresso mondiale di Verona sulla famiglia con qualche preoccupazione per i toni esasperati che l’hanno preceduto, ma anche con un filo di speranza che magari qualcosa di buono potesse venire proprio per la famiglia, non resta che una grande tristezza. Tristezza per i toni da crociata usati in nome della famiglia e della vita. Tristezza per le contromanifestazioni che non hanno portato nulla alla famiglia di qualsiasi colore la si pensi.
Alla fine la vera, l’unica grande sconfitta dell’appuntamento planetario nel capoluogo scaligero è proprio la famiglia.
Rimane il retrogusto di una strumentalizzazione utile alle rispettive fazioni per far vedere che si esiste e che la famiglia continua a rappresentare un buon argomento utile per alimentare il fuoco della polemica. Il resto (le esigenze concrete, le difficoltà dei giovani a pensare il proprio futuro come coppia e famiglia, il drammatico calo demografico, l’invecchiamento della popolazione, le politiche urgenti per conciliare lavoro e famiglia, le penalizzazioni che vivono le famiglie con più figli) sembrava non essere un problema di chi ha manifestato.
In questo panorama povero di contenuti veri e concreti e impantanato in una palude ideologica, di cui davvero non si sentiva la mancanza, non è apparso certamente come un guizzo di genialità l’annuncio del presidente della Camera Roberto Fico di una prossima iniziativa a favore delle famiglie arcobaleno. Ancora contrapposizioni? Ancora incapacità di riconoscere i problemi veri, concreti?
In questo quadro un po’ deprimente colpisce il realismo del cardinale Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana che nella sua introduzione al Consiglio episcopale permanente di lunedì scorso ha segnalato ancora una volta come la nostra sia una “società slabbrata” e ha ammonito che “la famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali, non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole”.
Ha indicato alcune misure molto concrete che dovrebbero stare a cuore a chiunque (anche alle famiglie arcobaleno) si preoccupi di dare un futuro a questo nostro Paese. “Se non vogliamo rassegnarci al declino demografico – la prima proposta concreta – ripartiamo da un’attenzione reale alla natalità; prendiamoci cura delle mamme lavoratrici, imparando a riconoscere la loro funzione sociale; confrontiamoci con quanto già esiste negli altri Paesi del Continente per assumere in maniera convinta opportune misure economiche e fiscali per quei coniugi che accolgono la vita”. Poche, chiare, pacate parole che indicano un percorso politico pragmatico che va oltre gli schieramenti e prende spunto da emergenze oggettive (la denatalità su tutte). È giusto chiedere alla politica che finalmente metta in campo un piano in grado di raccogliere consensi trasversali su misure che non sono né di destra né di sinistra, un piano che guardi al futuro, non a domani ma almeno a dopodomani. Ma non basta chiedere, anzi pretendere dalla politica. La società civile deve fare la sua parte in modo convinto e serio. E abbiamo capito – se qualcuno aveva qualche dubbio – che il modello non è quello di Verona.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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