Onestà: ideologia o strategia?

Quando la gestione del potere costituisce una prova e una tentazione anche per chi dell’onestà ne ha sempre fatto più una ideologia che una strategia...

L’ultimo episodio di corruzione che ha colpito Roma capitale si è incrociato con una serie di eventi che, benché rilevanti, non sono riusciti a oscurare la gravità della questione morale e la sua centralità nel Paese. Prima la sottoscrizione degli accordi con la Cina sotto l’attenta vigilanza di Mattarella – “prudenza e diritti umani”, la raccomandazione del presidente della Repubblica – poi il folle gesto dell’autista dello scuolabus di Crema, sventato dal comportamento eroico di due ragazzi, figli di immigrati e, infine, le elezioni regionali in Basilicata che chiudono, almeno per i prossimi due mesi, una lunga stagione elettorale. Questi e altri episodi hanno scosso e agitato il mondo della politica. Per il Movimento Cinque Stelle, in particolare, si è trattato di un periodo decisamente negativo, nonostante il tentativo dei suoi capi di mascherarlo con qualche trovata propagandistica. Dopo le sconfitte elettorali in tutte le elezioni regionali – Abruzzo, Sardegna e Basilicata – e i continui cali nei sondaggi che danno ora i Cinquestelle al 21%, dall’iniziale 34%, il Movimento ha dovuto subire anche l’onta dell’arresto per corruzione di uno dei suoi uomini di punta: Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale e uomo di fiducia della sindaca Raggi. Un episodio che ha provocato indignazione, nell’opinione pubblica in generale, e sconforto fra gli elettori e i simpatizzanti dei Cinquestelle, i quali ritenevano che bastasse appartenere al movimento per potersi autodefinire “onesti”. Furiosa la reazione di Di Maio: espulsione immediata del reo, al quale non è stato neppure garantito il trattamento riservato a Salvini per la questione della Diciotti. Mentre per l’alleato, intimoriti da una possibile crisi di governo, sono state adottate tutte le cautele – perfino un referendum fra gli iscritti al Movimento – per il proprio amministratore non si è atteso neppure di leggere le carte. Negando, così, anche “il principio della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva”, previsto dall’articolo 27 della Costituzione.

Due pesi e due misure: Salvini è stato salvato dal processo, De Vito è stato condannato dal movimento prima di avere subito il processo. Evidentemente la questione morale scotta troppo ai Cinquestelle che si erano fatti largo fra le forze politiche promettendo una lotta senza quartiere alla corruzione. È bastato entrare nelle stanze dei bottoni per contaminarsi. Anche perché l’episodio di Roma non è il primo e potrebbe anche non essere l’ultimo. Al punto che il 61% degli italiani – sondaggio EMG Acqua – pensa che il mito dell’onestà dei pentastellati sia finito con l’arresto del presidente dell’Assemblea capitolina. Ma, aspetto ancora più grave, è quello di avere abbassato, almeno per ora, il vessillo “onestà, onestà”, sbandierato ad ogni piè sospinto quando gli scandali riguardavano gli altri. Evidentemente, la gestione del potere costituisce una prova e una tentazione anche per chi dell’onestà ne ha sempre fatto più una ideologia che una strategia. È facile sbandierare idee o principi astratti quando non si hanno riscontri con la realtà; più difficile è indicare mezzi e azioni tese a raggiungere nell’agire uno scopo o un obiettivo predeterminato. A cosa servono i principi e le leggi se la cosa pubblica viene lasciata nelle mani di soggetti abili a aggirarle, senza scrupoli, messi in posti di responsabilità senza alcuna selezione? E il calo dei Cinquestelle, nelle elezioni regionali, non è dipeso soltanto dai deludenti risultati a livello di governo centrale, o dal sostegno offerto a Salvini per portare avanti le sue politiche della “paura”. È dipeso, anche, dalle inefficienze mostrate dai grillini proprio in quelle realtà – Roma e Torino, in particolare – dove sono stati chiamati a amministrare.

“Il senso della legalità non è un valore che si improvvisa. Esso esige un lungo e costante processo educativo. La sua affermazione e la sua crescita sono affidati alla collaborazione di tutti, ma in modo particolare alla famiglia, alla scuola, alle associazioni giovanili, ai mezzi di comunicazione sociale, ai vari movimenti che, nel Paese, hanno un potere di aggregazione ed un compito educativo”. (Nota pastorale della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace del 4 ottobre 1991, “Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese”).

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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