Camorra: Di Gennaro (Univ. Federico II), “un welfare di prossimità l’antidoto migliore per combatterla”

A Napoli e nell'hinterland alle vecchie famiglie si contrappongono nuove leve e una paranza di giovanissimi spietati. Un business che va dalla droga alle estorsioni, dall'azzardo alla contraffazione. Un corollario di attività e incorporazione di ceti professionali che, in un continuum talora indifferenziato di reti criminali, ha permesso e permette – specie alle famiglie camorristiche più storiche – di essere presente oltre l’ambito regionale e anche nazionale. C’è, però, una parte consistente di società civile, di gruppi di volontariato, associazioni familiari, professionali, di religiosi e religiose, istituzioni sociali e culturali, scuole che ogni giorno mettono in atto azioni preventive e interventi di integrazione sociale e di formazione alla legalità

Omicidi nell’hinterland, faide interne, intimidazioni, pizzo anche nello spaccio e nel gioco d’azzardo, stese nel centro storico di Napoli, infiltrazioni in altre regioni, come il Veneto: qual è il volto della camorra oggi? La domanda l’abbiamo rivolta al sociologo Giacomo Di Gennaro, coordinatore del Master di II livello in Criminologia e diritto penale e Analisi criminale e politiche per la sicurezza urbana del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli.

Quali sono le caratteristiche della camorra oggi?

Estensione, molteplicità e forte autonomia territoriale è l’impronta che storicamente ha connotato il radicamento dei clan di camorra sia nella città sia nell’hinterland partenopeo. Nel tempo a questi due caratteri si è andata associando la tendenza alla gerarchizzazione con inevitabile forte controllo interno al clan che come tratto, più dei gruppi della provincia metropolitana, ha prodotto una significativa distinzione rispetto a quelli cittadini. Queste peculiarità spiegano le costanti e cicliche “guerre”, faide, lotte intestine, scissioni, tradimenti, diserzioni, brevi tregue e sono la cifra della permanente fibrillazione territoriale che rende visibile un uso strategico della violenza omicidiaria.

Cosa è cambiato rispetto al passato?
Questa strutturale alta conflittualità esistente fra i clan determina mutevoli e incerti equilibri criminali, nonché la nascita di nuove famiglie, nuovi gruppi, spesso – come in questa fase – caratterizzati dall’età giovanile delle nuove leve. Queste, nutrite da identità più ciniche, spavalde e desiderose di ascendere in fretta la scala delle gerarchie criminali, nonché agevolate dai vuoti di potere lasciati dalla cattura di latitanti, dagli efficaci esiti investigativi della magistratura e delle forze dell’ordine che hanno portato in galera i vertici di molti clan, esibiscono

una violenza disordinata, irragionevole e più pericolosa,

ma da essi ritenuta idonea ad occupare le nuove piazze di spaccio.

Quali sono i settori in cui prosperano di più gli affari dei clan?

Droga, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, traffico di rifiuti, contrabbando di sigarette, armi, mercato funerario, servizi locali di public utility, contraffazione di merci, medicinali, truffe, riciclaggio in attività finanziarie, di ristorazione, turismo, commercio, agricoltura, grande distribuzione, mercato del fotovoltaico, corruzione di funzionari pubblici, sanitari, amministratori locali, forze dell’ordine, magistrati, direttori di banche, imprenditori, interessi negli appalti pubblici. Un corollario di attività e incorporazione di ceti professionali che, in un continuum talora indifferenziato di reti criminali, ha permesso e permette – specie alle famiglie camorristiche più storiche – di essere presente oltre l’ambito regionale e anche nazionale. L’investigazione recente nel Veneto non disvela nulla di nuovo per gli addetti ai lavori. I più ricchi territori del Centro e del Nord sono da decenni interessati da infiltrazioni e anche nuove forme di radicamento delle organizzazioni criminali. Lì si spara di meno, si opera una intimidazione più latente, si agisce nell’invisibilità più pura e complessa ma con risultati più elevati.

Cosa sta cambiando nel napoletano?

Gli scenari più attuali della camorra sono caratterizzati innanzitutto dallo smantellamento, almeno in gran parte, della più grande piazza di spaccio europea che era Scampia. Di quella guerra resta ancora latitante Marco Di Lauro, figlio dell’ampia famiglia di Paolo Di Lauro. Gli ultimi tempi sono attraversati da dimostrazioni di forza (le stese) e fronteggiamento di gruppi storici ed emergenti che si avversano per il controllo delle nuove piazze di spaccio, sia in città (Soccavo, Rione Traiano, Pianura oppure nel quartiere Sanità), sia a Est (Ponticelli, Barra) e a Nord di Napoli (Parco Verde di Caivano e area di Afragola divenuti i nuovi supermarket della droga). È in quest’ultimo esteso territorio che la tensione è di recente più alta perché lo scontro è tra clan ben radicati e gruppi emergenti: il clan Ciccarelli a Parco Verde, gli scissionisti Amato-Pagano tra Melito, Mugnano e Arzano, i Nuvoletta e i Polverino tra Marano e Quarto, i gruppi Di Buono e Avventurato che operano ad Acerra, a Casalnuovo e Volla i clan Rea-Veneruso e Piscopo-Gallucci. Tutti si contendono il controllo delle estorsioni e del traffico di stupefacenti, il controllo del territorio e il tentativo di creare nuovi traffici.

C’è poi il fenomeno delle baby gang…

A insidiare le storiche famiglie

una “paranza” di giovanissimi dai cosiddetti “girati” ai nuovi spietati baby-camorristi

che con il crepitio delle pistole vogliono farsi spazio e acquisire soldi, sebbene sporchi di sangue. L’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura è costante e l’effervescenza della risposta dello Stato impedisce che la scia di morti sia più lunga. Ciò è necessario ma non è sufficiente. Il paradosso è che l’efficienza del contrasto dello Stato ha prodotto l’effetto inintenzionale dell’aggregazione criminale adolescenziale.

Cosa si può fare?

Occorre operare con strategie preventive e rieducative differenziate: con i giovani e giovanissimi che appartengono a famiglie camorristiche storiche bisogna avere il coraggio di allontanarli dalle famiglie e dal contesto mettendo in campo un percorso di risocializzazione alternativa; la microcriminalità richiede che sia trattata con strumenti normativi più efficaci e strategie di azione riparativa che responsabilizzino il minore integrandolo in veri percorsi di responsabilizzazione soggettiva e riparazione del danno. Infine, per i borderline, quelli che sono al confine delle due precedenti aree, l’investimento territoriale di contrasto alla deriva socio-criminale va fatta a più livelli, puntando sul recupero scolastico, sul prolungamento delle attività formative in forme alternative e in luoghi protetti, sulla riqualificazione di pezzi di territorio, sull’offerta di alternative di socializzazione nel tempo libero, su forme di aggregazione ed esperienze nuove, sul lavoro. C’è una povertà educativa che precede la povertà materiale ed espone i giovanissimi al rischio attrattivo del crimine. Per demafizzare molti contesti territoriali occorre costruire una rete di relazioni istituzionali e sociali in grado di sostenere da un lato le attività economiche innovative, dall’altro veicolare azioni sociali di prevenzione in grado di modificare il tenore culturale della cittadinanza e valorizzare pratiche di civismo solidale attraverso le relazioni di prossimità.

Ci sono esperienze positive di contrasto alla camorra?

C’è una parte consistente di società civile, di gruppi di volontariato, associazioni familiari, professionali, di religiosi e religiose, istituzioni sociali e culturali, scuole diventate presìdi di legalità, insegnanti, magistrati, docenti universitari, di comitati di quartiere che ogni giorno con impegno e dedizione, in forme diverse, mettono in atto azioni preventive e interventi di integrazione sociale, attivazione di reti di prossimità, pratiche di civismo solidale, di formazione alla legalità: insomma,

un welfare di prossimità umana

che almeno rimpiazza il welfare societario negato. Reagiscono al disfattismo e alla depressione sociale che frequentemente esprime gran parte dell’opinione pubblica. La Sanità con le Catacombe di S. Gennaro Scampia, con il centro Hurtado, Rione Traiano con l’“Orsa Maggiore” sono esempi positivi. Non c’è quartiere, fetta di territorio, area urbana o periferica che non abbia al suo interno la contrapposta presenza della mefistofelica subcultura criminale organizzata in clan e le reti associative, i comitati civici, le realtà anticamorra. Il problema è che la Napoli criminale nell’accumulare ricchezze col sangue fa audience, attrae i media, il mondo del cinema, dello spettacolo, fa rumore. La Napoli legale, ordinaria, laboriosa e civica opera in silenzio e al massimo accumula capitale sociale che spera divenga in futuro un inibitore del suo opposto.

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