Abusi: non coprire, ma “rendere conto”

Siamo richiamati al dovere di “rendere conto” in modo corresponsabile di quanto stiamo facendo, nel male come nel bene

(Foto Vatican Media/SIR)

Continuare a parlare degli abusi compiuti dagli ecclesiastici sui minori e sulle religiose ha solo l’effetto di togliere fiducia nella Chiesa e nella maggioranza di preti buoni e santi. Quindi, “meglio non parlarne apertamente”.
Chi la pensa ancora così non ha capito per nulla il valore dell’inedito summit che il Papa ha voluto in Vaticano nei giorni scorsi: non era un’emergenza da “addetti ai lavori” – tanto più che tanti interventi, compresi quelli delle vittime, sono stati resi pubblici – ma un’urgenza sottovalutata e “coperta” in passato che invece ci riguarda tutti e tutti ci chiama a qualche responsabilità.
“Non possiamo non parlare di quello che c’è nella Chiesa per assumercelo tutti quanti come popolo di Dio e per far sì che delitti così gravi non abbiamo mai più a compiersi a danno dei minori. Ciascuno di noi può pensare ai nostri figli”. A esprimersi così è stata una delle tre relatrici donne, l’italiana Linda Ghisoni, ringraziata a caldo dal Papa che ha sentito in lei la voce della Chiesa “che è donna, è sposa, è madre”. Cremonese, 53 anni, sottosegretaria del Dicastero vaticano per famiglia e vita, mamma Linda ha saputo collocare il capitolo abusi dentro il libro bianco della testimonianza che la Chiesa – dopo il Concilio Vaticano II – deve dare al mondo in modo trasparente. Pena la sua credibilità, anche pro futuro.
A proposito, una delle parole chiave lanciate in questi giorni da Roma al mondo è accountability, termine inglese che indica “il dovere di rendere conto” di quanto si è fatto o detto. Un dovere che nella Chiesa non va delegato ai vertici, ma deve essere assunto, partecipato, condiviso. “Non è una fissazione, un’azione inquisitoria di carattere sociale – ha spiegato la prof. Ghisoni – è proprio un’esigenza che si situa là nel modo di intendere la Chiesa, come mistero di comunione, come popolo di Dio in cammino. Se noi lo comprendiamo in questi termini, l’accountability, il render conto, non è uno sforzo volontaristico, non è un controllo che si pone da fuori, ma è un corrispondere alla natura della Chiesa”.
Per questo vale ben oltre il caso abusi. Vale per la sterilità di tante altre scelte pastorali, quando purtroppo non vengono sufficientemente spiegate o non vengono riportate ad una genuina sorgente biblica. O quando non vengono assunte con l’ascolto di laici competenti in quell’ambito o ancora quando si ritiene che sia meglio “lasciar passare del tempo” invece che usare parresia, franchezza evangelica.
“L’onesto riferimento alla Chiesa come comunione, quale Popolo di Dio in cammino – ha aggiunto Ghisoni rivolgendosi a vescovi e laici di cinque continenti – esige ed urge che tutte le componenti di questo Popolo, ciascuna nel modo che le è proprio, vivano conseguentemente i diritti-doveri di cui sono state rese partecipi nel battesimo. Non si tratta di accaparrarsi posti o funzioni o di spartirsi un potere: la chiamata ad essere il Popolo di Dio ci consegna una missione che ciascuno è inviato a vivere secondo i doni ricevuti, non da solo, ma per l’appunto come Popolo”.
Passa da quest’assunzione comunitaria di responsabilità l’esito del summit vaticano.
Perché non rimanga un “bel programma, ma atteggiamento pastorale ordinario” (ancora Ghisoni) tutti sono chiamati a dare concretezza alle misure ribadite dal summit di Roma. Vale anche per la nostra diocesi che – sull’esempio di Bolzano-Bressanone e Bergamo – si doterà ben presto di uno specifico riferimento per la prevenzione degli abusi.
Ma quest’ambito è soltanto un concreto banco di prova, anzi di esercizio, per una Chiesa-popolo di Dio in cui tutti indistintamente, preti, religiosi e laici, siamo richiamati al dovere di “rendere conto” in modo corresponsabile di quanto stiamo facendo, nel male come nel bene. Così come insieme ci impegniamo a essere pronti a “rendere ragione” della Speranza che è in noi.

(*) direttore “Vita Trentina” (Trento)

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