Meno bigotti e più concreti per contrastare le “baby gang”: convegno dei salesiani a Bari

“Fare rete”, proporre modelli e valori alternativi, richiamare la politica alle sue responsabilità, ma anche essere meno bigotti e più concreti. Sono alcune azioni che potrebbero contrastare il fenomeno delle “baby gang” e l’attrazione che esercitano le organizzazioni criminali ormai in tutto il Paese. Se ne è parlato ieri a Bari al convegno “Baby Gang e criminalità organizzata: quale risposta della comunità educante?”, che si è svolto presso l’Istituto Salesiano SS. Redentore

“Fare rete”, proporre modelli e valori alternativi, richiamare la politica alle sue responsabilità, ma anche essere meno bigotti e più concreti. Sono alcune azioni che potrebbero contrastare il fenomeno delle “baby gang” e l’attrazione che esercitano le organizzazioni criminali ormai in tutto il Paese. Se ne è parlato ieri a Bari al convegno “Baby Gang e criminalità organizzata: quale risposta della comunità educante?”, che si è svolto presso l’Istituto Salesiano SS. Redentore.
Il tema della criminalità minorile “è antico”, ha detto Michele Laforgia, avvocato penalista impegnato nella promozione di percorsi sulla legalità e difensore di diverse vittime di mafia. E’ tornato di attualità perché “non è più un fenomeno di classe che aveva per protagonisti i figli del sottoproletariato urbano”; adesso sono coinvolti “anche figli della borghesia”. Cinque sono le questioni sul tema per Laforgia. “C’è un problema di comunità, prima che di comunità educante. La mafia è una comunità”, che costruisce una identità e un ruolo per chi ne fa parte. “Ha un sistema di valori e dà prospettive di ‘crescita’” mentre “l’ascensore sociale” fornito dalla società civile “è fermo”. Seconda questione:
“La famiglia può essere una risorsa ma anche un enorme problema” per chi trova in essa modelli negativi. Perciò occorre potenziare tre ambiti: scuola, attività sportive e oratori.
Poi c’è il carcere, che “non è la soluzione, men che meno per i minori” perché può essere il primo gradino “dell’ascensore sociale criminale”. Quarta questione: “I servizi sociali e la giustizia minorile sono un argine, ma hanno poche risorse”. In ultimo, la comunità educante, che “deve essere aperta”. “Non si può mantenere un muro tra educatore e coloro che vanno educati; di questi ultimi bisogna riconoscere il protagonismo anche nel male”. C’è un progetto educativo quando impara anche l’educatore, che “si deve compromettere col mondo che vuole educare”, ha concluso.
“Don Bosco ha iniziato la sua azione educativa visitando il carcere: questa intuizione noi la rincorriamo ancora”, ha esordito don Francesco Preite, direttore della casa salesiana Redentore di Bari. “Oggi soltanto una organizzazione criminale può dare 1.000 euro al mese per custodire una pistola in casa”: chi trova soltanto questa scala sociale criminale, è facile che la percorra. “La famiglia è uno snodo importante”, ha continuato. “Siamo molto spesso incerti, divisi”; nelle divisioni “si inserisce la criminalità, che è organizzata” e che “non è solo l’uso delle pistole, ma un sistema di atteggiamenti”. Per Preite è importante anche un aiuto tra le generazioni:
“I giovani animatori devono svolgere bene il loro compito e gli adulti devono accompagnare i giovani animatori e i ragazzini”.
“Dobbiamo essere capaci di entrare più in profondità nelle relazioni, bucare con la carità il male che c’è”, ha continuato. E’ assolutamente da evitare l’assuefazione: “Condanniamo le azioni, non possiamo essere indifferenti”. Secondo Preite “abbiamo bisogno di giovani capaci di modelli alternativi”. Vanno promossi atteggiamenti di “apertura e accoglienza” e proposte alternative. Su questo fronte la politica “ci deve essere” e “deve dare risposte”. L’oratorio con le sue attività sportive, culturali e formative deve affrontare la sfida, anche creando impresa. “Creare impresa con i giovani, non è peccato; dobbiamo essere meno bigotti e più concreti”.
“I ragazzi non hanno più un riferimento valoriale che permette di orientare la loro vita verso il bene. Sono attratti dalla vita agiata, dal facile guadagno; il substrato di questi comportamenti è costituito dal fatto che non vogliono subire l’emarginazione, il degrado sociale, e gli altri problemi che riguardano i centri urbani e in particolare le periferie”, ha evidenziato il questore di Bari Carmine Esposito, secondo il quale esiste un “disagio generazionale”. “Chi fa il ‘palo’ per le attività di spaccio guadagna dai 1.000 i 1.500 euro al mese”; questa è una grande attrattiva con cui è difficile competere. Ecco che “l’alternativa per portare avanti un progetto di vita”, che prevede un lavoro onesto, anche se con un guadagno inferiore a quello proposto dalla criminalità, “deve essere valoriale, non economica”. “Bisogna fondere tutte le nostre energie”, ha proseguito.
Chi ha responsabilità politica “deve cercare di creare le condizioni affinché nessuno si senta emarginato”,
anche se – riconosce Esposito – “è difficile, perché comporta un impegno economico estremamente significativo”. “A Bari – ha spiegato – non esiste un vero fenomeno di baby gang ma episodi gravi, sì. “Questi fenomeni possono essere sconfitti con la consapevolezza che la cultura”, intesa come insieme di valori e legalità, “deve fare da riferimento”. “Scuola e famiglia sono i capisaldi su cui concentrare l’impegno”, ha detto. “I ragazzi devono verificare che c’è una possibilità” di vita diversa, ha concluso.

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