L’autonomia? Converrebbe a chi la ostacola

Va ricordato su quali pilastri si fonda. Il primo è la responsabilità, che nasce dal poter fare senza dipendere da qualcun altro. Altra stella polare – e conseguenza del principio di responsabilità – è il premio all'impegno, alla creatività e all'innovazione. Tutto ciò senza trascurare chi è costitutivamente più debole, che non va abbandonato. Ma le fragilità non siano un alibi

Forse negli ultimi settant’anni le differenze fra Nord e Sud si sono ridotte? Nient’affatto. Forse gli ammalati di Calabria o Puglia hanno smesso di scegliere gli ospedali del Veneto per curarsi? Forse si è invertita la rotta e gli studenti lombardi vanno oggi a studiare nelle università siciliane? Non si direbbe proprio.
Queste cose succedono più o meno allo stesso modo di quando l’uomo non aveva ancora messo piede sulla Luna.
Ma allora è opportuno persistere nel modello dei rapporti fra Stato e Regioni che ha regolato l’Italia nel dopoguerra, producendo questi risultati? O non è conveniente per tutti almeno provare qualche soluzione nuova?
È davvero solidarietà realizzata, fra le varie parti del Paese, quella che non riesce a far decollare il Meridione e tantomeno riesce ad affrancarlo dalle sue zavorre?
Potrebbe bastare questo ragionamento per dire che il nì o il no all’autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna sanno di stantio, di spossatezza e di miopia.
Eppure in questi giorni i nì e i no si sono ripetuti con frequenza. E pressoché tutti provenienti dalle regioni del centro e del sud della Penisola. Eppure dovrebbero essere proprio quelle aree del territorio a chiedere con forza un cambiamento.
Perché o si prova a riformare modalità di gestione delle risorse e del territorio che non hanno dato i risultati sperati o si mummificherà l’attuale squilibrio.
Al punto che, probabilmente, sarebbe perfino motivato moderare, se non cancellare, anche un altro istituto che ha fatto il suo tempo: quello delle regioni a statuto speciale.
C’è chi, in questi decenni, ne ha sfruttato i vantaggi – e ormai gode di un privilegio non più motivato – e chi si è mosso a macchia di leopardo, coltivando sacche di privilegio più che l’interesse di tutti.
Ma, tornando all’autonomia, va ricordato su quali pilastri si fonda. Il primo è la responsabilità, che nasce dal poter fare senza dipendere da qualcun altro. È un principio che normalmente funziona da sprone. Altra stella polare – e conseguenza del principio di responsabilità – è il premio all’impegno, alla creatività e all’innovazione.
Tutto ciò – va detto – senza trascurare chi è costitutivamente più debole, che non va abbandonato. Ma le fragilità non siano un alibi.
Nel disegno dell’autonomia tutte queste cose ci sono. Perché non provarci? O vogliamo trascorrere altri settant’anni a sentir parlare di questione meridionale e questione settentrionale?

(*) Gente Veneta (Venezia)

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