Sono solo canzonette?

Il Festival di Sanremo, che un luogo comune vuole anestetizzare l’Italia per una settimana, si è riconfermato specchio canoro del Paese, fotografandolo anche nei fuochi fatui di strumentali polemiche post classifica. Nel corso delle serate più artisti, dai più noti ai volti nuovi, un po’ menestrelli e un po’ cavalieri dal cuore impavido, hanno sentito la necessità di cantare lo smarrimento di fronte all’umanità che migra

Tra le note e gli spartiti i migranti sono sbarcati sul palco dell’Ariston. E così l’evento musicale dell’anno, che un luogo comune vuole anestetizzare l’Italia per una settimana, si è riconfermato specchio canoro del Paese, fotografandolo anche nei fuochi fatui di strumentali polemiche post classifica. Per certo si è guardato più ai vincitori che alla sostanza dei testi: alcuni dei quali hanno parlato molto chiaro. Eppure sembrano scivolati via.
Nel corso delle serate più artisti, dai più noti ai volti nuovi, un po’ menestrelli e un po’ cavalieri dal cuore impavido, hanno sentito la necessità di cantare lo smarrimento di fronte all’umanità che migra.
Motta si è chiesto: “Dov’è l’Italia amore mio? Mi sono perso anch’io. Come quella volta a due passi dal mare fra chi pregava la luna e sognava di ripartire. L’abbiamo vista arrivare con l’aria stravolta di chi non ricorda cos’è l’amore…”.
Gli hanno fatto eco i Negrita: “Per far pace con il mondo dei confini e passaporti, dei fantasmi sulle barche senza un porto… Tanto ormai non c’è più tempo che per essere crudeli…” che hanno chiuso con l’assioma: “Che cos’è la libertà? Io credo non avere più paura”.
Parole crude dai The Zen Circus: “Ci hanno visto nuotare in acque alte fino alle ginocchia ed inchinarci alle zanzare, pregandole di non mescolare il nostro sangue a quello dei topi arrivati in massa con le maree. Le porte aperte, i porti chiusi…”.
La superospite Fiorella Mannoia ha eseguito in anteprima la sua nuova “Il peso del coraggio”. E ne ha avuto per cantare: “Chi ha torto e chi ha ragione, quando un bambino muore? Allora stiamo ancora zitti che così ci preferiscono, tutti zitti come cani che obbediscono. Ci vorrebbe più rispetto, ci vorrebbe più attenzione, se si parla della vita, se parliamo di persone”. Ode civile che chiude invocando: “Siamo noi l’umanità, siamo in diritto di cambiare tutto e di ricominciare”.
Ciliege sulla torta del direttore artistico Baglioni che, ancor prima della manifestazione, aveva avuto a riguardo un momento di tensione con la dirigenza Rai. Infatti, ad una domanda sulla Sea Watch in cerca di approdo aveva risposto: “Il Paese è incattivito e rancoroso”. Parole fotografia, eppure dall’effetto incendiario. Il ricordo del trentesimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino, lo aveva anche portato a considerare: “Il mondo aveva pensato di essere felice tutto insieme e invece qua stanno ricostruendo i muri e non credo che questo faccia la felicità degli essere umani”. Parole che gli hanno meritato profezie di non riconferma per gli anni a venire, che potranno vacillare per l’intercessione di sua maestà l’auditel.
Insomma, non c’è stata pace neppure tra le note. Lontani i tempi in cui Orietta Berti cantava serena “Finché la barca va, lasciala andare”… Qui, bloccati i porti e non trovata una quadra corale, anche la nave Italia si arena sullo scoglio chiamato migranti.
Cantava Bennato nel 1980: “Non mettetemi alle strette…. Sono solo canzonette”. Ma i tempi sono cambiati e le canzonette infiammano il Paese, polemico oltre ogni modo. Però il cantautore aveva visto giusto: contro “quelli in malafede, sempre a caccia delle streghe”… non resta che cantare, che è poi “l’unica maniera di dire sempre quello che mi va”.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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