A corrente alternata

Il giudizio sui comportamenti, ci insegnano i Vangeli che salvano sempre le persone, non può andare a corrente alternata. Neppure quando si parla di tifo da stadio che da stadio non è più da troppo tempo, ma è diventato un pensiero, un modo, purtroppo, di intendere la nostra convivenza

La mistificazione non ha confini. A me e a noi, invece, piace chiamare la realtà col proprio nome. Non si può fingere di non vedere e, per di più, di non sentire. Non ci si può voltare dall’altra parte.
Quando ai nostri tempi la si combinava grossa, a scuola o in parrocchia o per strada, i nostri genitori non andavano per il sottile: alla punizione inflitta dalla maestra o dal prete si aggiungeva quella del babbo. Magari era la bicicletta senza una ruota per una settimana o il rimanere a casa quando gli amici si ritrovavano sotto casa. Insomma, il segnale era importante: bisognava che non si dimenticasse la lezione.
Perché faccio tutto questo preambolo? Perché mi pare che, come titolava Avvenire domenica scorsa, si “tollera l’intollerabile”. Ci troviamo a discutere di una situazione di per sé assurda per la quale tutti dovremmo concordare. Invece ci dividiamo come capita spesso in questo nostro Paese in cui ci si schiera sempre tra curva nord e curva sud. E lo dico proprio in merito ai cori razzisti con i quali schiere di pseudotifosi (sarebbe meglio chiamarli con ben altro nome, più esplicativo, invece di edulcorare ciò che accade) non smettono di insultare giocatori per il colore della pelle o le tifoserie avversarie per l’appartenenza geografica.
Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano, dalle colonne del quotidiano di ispirazione cattolica domenica scorsa ha cercato di mettere un po’ di ordine in tanta confusione e soprattutto in tante opinioni espresse senza un minimo di costrutto. È intervenuto dopo aver letto che il ministro dell’Interno (non uno qualsiasi, quindi) Matteo Salvini, scrivendo alla Gazzetta dello sport aveva in un certo senso giustificato i cori razzisti chiedendosi perché quelli sarebbero da stigmatizzare mentre quelli con i quali si insulta la mamma di Materazzi invece vengono accettati.
Ecco come risponde il docente Ambrosini: “L’insulto riferito a una persona può essere becero, sguaiato, sanguinoso, ma resta un’offesa rivolta a un singolo individuo. Colpisce lui o lei nella sua singolarità, senza implicazioni collettive. È grave e incivile, ma non coinvolge altri. Non produce una categoria stigmatizzata. L’insulto razzista invece prende di mira un’intera collettività, definita in base al colore della pelle, e colpisce la persona in quanto appartenente alla collettività presa di mira. Lo stesso vale per la discriminazione territoriale. Insultando, gli aggressori gridano a gran voce, per di più nella forma collettiva dei cori da stadio, che appartenere a quella collettività, razziale o territoriale, porta con sé un disvalore, un’inferiorità intrinseca, una colpa inestinguibile. Inculcano un’idea tribale e feroce, di popoli che rivendicano la propria superiorità su altri popoli, ridicolizzandoli, disumanizzandoli, additandoli al disprezzo pubblico”.
Mi domando se ci sia bisogno di aggiungere altro. Dispiace solo che tanti, in particolare negli ultimi tempi, esprimano simpatie per certe prese di posizione, accoglienza dei migranti e tifo da stadio comprese. “L’uomo della tolleranza zero – scrive ancora Ambrosini riferendosi al ministro dell’Interno – e della sicurezza armata si scopre in questo caso dialogante e inclusivo”. Una bella giravolta, non c’è che dire.
Il giudizio sui comportamenti, ci insegnano i Vangeli che salvano sempre le persone, non può andare a corrente alternata. Neppure quando si parla di tifo da stadio che da stadio non è più da troppo tempo, ma è diventato un pensiero, un modo, purtroppo, di intendere la nostra convivenza. È diventato un modello diffuso con il quale regolare i nostri rapporti quotidiani, basati sulla forza, sulla voce grossa, sull’insulto verso chi non la pensa nella stessa maniera. Forse c’è molto da rivedere, da ragionare assieme, materiale su cui confrontarci. Dico forse, s’intende.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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