L’aria delle Europee

Aspettiamo il voto di maggio serenamente senza lasciarci preda di illusioni. Dopo di esso, nel Paese, non potrà cambiare nulla di sostanziale della realtà in essere; sarà ancora e sempre la politica – con i suoi rituali quanto obsoleti vertici e le sue chiacchiere ripetitive – a determinare il prossimo futuro

Aria di elezioni europee? Un tormentone. Invero è un’aria pesante e permanente che si avverte dal giorno successivo alle ultime urne e resta diffusa, essendo la politica – nazionale e no – gravata dall’incubo mediatico dell’elettorato: come potrebbe reagire di fronte a questo o quel provvedimento. Pertanto o si sviluppano, da parte della maggioranza, le linee proclamate durante la campagna preparatoria oppure si frena, si rimanda, si prende tempo dato il complesso groviglio. Naturalmente spiegando che ‘quella’ decisione ha bisogno di chiarimenti, di riconsiderazioni, di ulteriore approfondimento.
I commentatori e i conduttori di programmi tv ci ‘vivono’ per mesi, quanto i politici tendono a dimostrare che le scelte sono quelle volute dal popolo; gli uni sostengono che è già partita la campagna elettorale in vista delle consultazioni di fine maggio (84 i posti disponibili a Strasburgo) e sostengono che ogni percorso è figlio di quell’appuntamento; gli altri, mentre respingono l’addebito… elettoralistico, si comportano non ignorando quella data… fatidica.
I primi lasciano credere che l’esito europeo potrà modificare o confortare l’attuale maggioranza gialloverde, e a tal uopo formulano ipotesi e ribaltoni, i secondi ribadiscono che con quel voto l’Europa cambierà volto politico diventando più sovranista e populista e ‘salteranno’ gli attuali criteri burocratici e finanziari. I pochi prudenti ricordano: mai nessuna elezione europea, per quanto anomali o inattesi siano stati gli esiti, ha cambiato subito il corso della storia politica nazionale (non ne ha la potestà), il successo di Renzi-Pd (40,6% l’ultima volta) insegna, ha generato illusioni anziché certezze di rafforzamento dimostrando che le Europee non significano Politiche nazionali.
Aspettiamo il voto di maggio serenamente senza lasciarci preda di illusioni. Dopo di esso, nel Paese, non potrà cambiare nulla di sostanziale della realtà in essere (se non facilitare qualche appiglio polemico in più a favore dei vincitori e speranzoso per i perdenti); sarà ancora e sempre la politica – con i suoi rituali quanto obsoleti vertici e le sue chiacchiere ripetitive – a determinare il prossimo futuro. Chi detiene democraticamente il potere, difficilmente lo mollerà a causa di un più o meno 0 virgola o qualcosa del genere. Soltanto il Parlamento riconcedendo o togliendo la fiducia potrà eventualmente determinare nuovi corsi (pur sulla scia dei risultati europei qualora fossero sconvolgenti…).

(*) già direttore “Il Popolo cattolico” (Treviglio)

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