Tre muri contro i migranti

Le migrazioni restano la questione dei nostri tempi. Non le fermano i muri o i fili spinati, quelli servono a non dare accoglienza, a frenare gli arrivi, ma non ostacolano le partenze là dove partire significa cercare una vita che al proprio Paese è preclusa. In Europa si sono costruiti due tipi di muri: a volte visibili, di cemento e filo spianto; altre invisibili, scritti da leggi e decreti come da noi. Ma contro i migranti rischia di restare in piedi anche un terzo muro: quello del silenzio

Le questioni non risolte continuano a riproporsi. Le navi Sea Watch, che dal 22 dicembre danza sulle onde anche imbufalite del mare con 32 persone a bordo tra cui alcuni bambini, e Sea Eye con altre 17 persone sono diventate – a spese di chi ci sta sopra – immagine e simbolo di questo: l’irrisolto. E se pur di uscire dall’impasse una soluzione verrà, sarà, come le volte precedenti, la soluzione di un caso non del problema in sé.
Le migrazioni restano la questione dei nostri tempi. Non le fermano i muri o i fili spinati, quelli servono a non dare accoglienza, a frenare gli arrivi, ma non ostacolano le partenze là dove partire significa cercare una vita che al proprio Paese è preclusa per ragioni diverse: economiche, politiche, personali, di guerra o tutte insieme.
In Europa si sono costruiti due tipi di muri: a volte visibili, di cemento e filo spianto; altre invisibili, scritte da leggi e decreti come da noi. Entrambi rappresentano il tentativo di costruire un argine all’arrivo di qualcuno che gradito non è.
L’accoglienza di persone tanto diverse per colore della pelle, lingua, religione, stili di vita, resta molto problematica per questa parte di mondo. È un crinale aguzzo: da un lato c’è chi – pur consapevole delle sovrabbondanti difficoltà – trova inaccettabile non portare soccorso ad un’umanità tanto inascoltata e sofferente, supportato in questo da conquiste come la Costituzione e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Dall’altro lato c’è chi, calcoli alla mano, resta fermo sull’insostenibilità di una illimitata accoglienza, tanto più se a carico del solo nostro Paese o quasi.
Sono idee che in casa come in Europa e negli Usa (nei confronti del Messico), si fanno linea politica. Ideologia che sposa l’atavica paura del diverso ed entra nelle istituzioni, determinandone le scelte. Ma basta l’ennesimo episodio – le navi in mare per giorni, volute da nessuno – a risvegliare polemiche, sollevare dubbi, far fiorire proposte e controproposte.
Il caso spacca il Paese, da tempo diviso sulla questione e ora alle prese col nuovo Decreto sicurezza. Chi con i migranti ha a che fare – come le Caritas – ha fin da subito accolto criticamente alcuni cambi di rotta in esso contenuti: i grossi centri di accoglienza invece che l’accoglienza diffusa, il venir meno di percorsi di integrazione già avviati, l’eliminazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Le recenti cronache hanno visto la sollevazione di alcuni sindaci, la richiesta dell’Anci di un incontro col Governo, politici tedeschi salire a bordo delle navi, l’arcivescovo di Malta denunciare la non umanità dello stallo, le promesse di accoglienza per donne e bambini da una parte del nostro Governo, la rinnovata fermezza sui porti italiani chiusi dall’altra parte dello stesso. Su tutte queste voci, il giorno dell’Epifania, si è levata quella di Papa Francesco.
Mentre il sistema scricchiola, restano ferme le navi, specchio del dilemma: accogliere o no? E quale accoglienza dare? E da parte di chi?
La matassa non si sbroglierà se l’Europa, ancora e tutta insieme, non la riprenderà in esame, per condividerla in pensieri e opere. O contro i migranti resterà in piedi anche un terzo muro: quello del silenzio, che già tanto ha penalizzato i migranti e chi li ha soccorsi, come noi.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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