Quando si dice…

Pensieri sparsi per riflettere: è la strada che ci resta. E ci aiuta

Quando si dice poveri, il pensiero corre principalmente a chi non ha o non dispone del sufficiente ma si evita di chiedersi se lo sia solo chi non ha mezzi di sussistenza; quando si dice amici, ci si ritrova in uno spazio dove l’amicizia è somma di sentimenti scambiati e se ne ignora l’eventuale tornaconto; quando si dice politica, si affolla un oceano di sensazioni contrastanti fra chi la considera essenziale al bene comune e chi ne contesta l’immagine e la affossa nel pelago delle attese deluse; quando si dice informazione, il termine vaga fra chi sostiene che essa sia un’onda benefica di conoscenza e fra quanti vi scaricano sospetti, compromessi, sostegni ambigui; quando si dice famiglia, c’è la risposta responsabile di chi ci vede e ci trova la base cellulare della società migliore, pronta ad educare e a diffondere amore, tuttavia si spalanca la controreazione di quanti la giudicano modello superato; quando si dice cultura, a fronte di coloro che la vivono come esperienza insostituibile e positiva per la crescita umana e per la rinnovabile forza del pensiero, si oppongono coloro che la deformano in un coacervo di interessi schiavizzanti e di rigurgiti autoritari; quando si dice poesia, si fa confusione fra la parola, il canto amico, nobile e inquietante del cuore e dell’intelletto, e la caduta di stile di un linguaggio di insolente arroganza pseudoculturale ammantato da erudizione formale; quando si dice fede, si assiste alla gioia piena del cristiano convinto e umile che se ne fa lieto portatore agli altri, coinvolgendo il prossimo fratello in Cristo con spirito d’amore e di testimonianza, ma non mancano i ‘senza fede’ che non sanno scoprire la bellezza e l’unicità di una scelta che riconosce il Dio d’amore di tutti, di tutto e di sempre; quando si dice economia, si pensa all’uomo che vive in serenità e in pace, certo che il denaro è solo un mezzo, ma non è possibile sottovalutare l’altro che organizza se stesso sulla scia dell’avere e dell’avere tutto per sé, calpestando il fratello nella sofferenza e nella difficoltà; quando si dice fraternità, si apre un orizzonte nuovo alla vita che tiene conto dell’altro in modo da condividere con lui gioie e dolori, mentre molti ignorano la presenza paritaria del fratello e compiono azioni dirette a dividere non a fraternizzare.
Ed ora, che fare? Ebbene, riflettiamo: è la strada che ci resta. E ci aiuta.

(*) già direttore “Il Popolo cattolico” (Treviglio)

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