Il miraggio del cambiamento

Le ambizioni di cambiamento reclamizzate fino alla nausea, cominciano a cadere una dopo l’altra, mentre le procedure utilizzate fin qui dal “governo del cambiamento” ricalcano i riti del passato. Il risultato, come già evidenziato è che, mentre cresce il consenso verso questo governo, in particolare per la Lega, il tanto sbandierato cambiamento rischia di rimanere una chimera

Le aspettative, nei confronti del governo “Cinque stelle-Lega”, erano e continuano a essere elevate, anche a distanza di oltre sei mesi dalla sua nascita. Le tante difficoltà incontrate dall’esecutivo nella preparazione della manovra finanziaria e le numerose modifiche apportate ai programmi iniziali, non hanno fatto venire meno la fiducia di tanti cittadini che sperano, ancora, nella possibilità di modificare in meglio la loro posizione. Il cambiamento di marcia della politica rispetto al passato, tanto reclamizzato dai due partiti di governo, continua a essere in cima ai pensieri e ai desideri degli italiani. Il momento più alto di gradimento nei confronti del governo presieduto dal prof. Conte, si è registrato in settembre quando Di Maio, affacciato dal balcone di Palazzo Chigi, la sede del governo, annunciava, trionfante, l’approvazione della “manovra del popolo”. In barba ai diktat posti dalla commissione europea, affermava, entusiasticamente: “con noi la manovra si fa in Italia e non più a Bruxelles, come nel passato”. Stesso entusiastico annuncio ad ogni provvedimento che veniva nel tempo approvato: “È la prima volta che in Italia …”! Come se ci trovassimo in un Paese del terzo mondo e non nell’Italia che ha ricordato, nei giorni scorsi, i quarant’anni della riforma sanitaria universale e dove esiste da tempo una diffusa rete di provvidenze previdenziali e assistenziali!

L’epilogo della vicenda è noto: il governo è stato costretto a fare marcia indietro e Di Maio e Salvini hanno dovuto inchinarsi alla Commissione europea, accettarne le direttive e ridimensionare i programmi iniziali. Errori nelle previsioni o scarsa conoscenza e valutazione delle regole del buon governo, come da più parti si sosteneva? Pur mantenendo fermi i due punti del contratto di governo cari ai due partiti – la riforma delle pensioni, per la Lega e il reddito di cittadinanza, per i Cinque stelle – i tempi e le modalità di attuazione delle due misure saranno profondamente riviste. La legge Fornero che Salvini voleva “rottamare” continuerà a rimanere in vita; mentre il reddito di cittadinanza sta subendo una serie di condizionamenti che ne ridurrà i benefici previsti in partenza. Analogo discorso per le altre misure annunciate, prima fra tutte la riduzione delle tasse (flat tax): per i prossimi due anni si prevede,addirittura, un incremento della pressione fiscale. Insomma, le ambizioni di cambiamento reclamizzate fino alla nausea, cominciano a cadere una dopo l’altra, mentre le procedure utilizzate fin qui dal “governo del cambiamento” ricalcano i riti del passato. I provvedimenti sono quasi tutti incompleti, il dibattito in Parlamento, come riconosce lo stesso presidente Fico dei 5S, viene soffocato e le leggi continuano a passare a colpi di fiducia.

Le uniche misure, attuate in pieno, sono quelle che cambiano la vita, questa volta in peggio, degli immigrati. Con grande soddisfazione di Salvini e di tutti quegli italiani che hanno messo da parte, nei confronti degli indifesi e dei perseguitati, i sentimenti di pietà – non il pietismo – come afferma Papa Francesco. Incoraggiato dal forte aumento dei consensi, Salvini può ora trionfalmente annunciare anche la legalizzazione dell’uso delle armi per legittima difesa. Il risultato, come già evidenziato è che, mentre cresce il consenso verso questo governo, in particolare per la Lega, il tanto sbandierato cambiamento rischia di rimanere una chimera. Ma era veramente opportuno mettere insieme in un momento di gravi difficoltà economiche per il Paese, provvedimenti fra loro incompatibili e di elevato costo? Senza, peraltro, prevedere, per compensazione, misure adeguate per la crescita economica? Non sarebbe stato più saggio prevedere, in questa prima fase, come da ogni parte richiesto, un potenziamento delle misure già collaudate – rei (reddito d’inclusione)- per far fronte alle situazioni di povertà? E, ancora, non sarebbe stato più opportuno, per un governo che punta al cambiamento,cominciare a pensare alle pensioni dei nostri figli e nipoti, anziché premiare chi è già coperto da ogni tutela previdenziale e assistenziale? Non sappiamo quanto questo governo resterà in carica. Auspichiamo che, almeno, dagli annunci e dalle tante chiacchiere, si passi ora ai fatti.

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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