Cattivi e rancorosi

A una comunità che soffre di paure e di rancore, quali risposte dare? Sicuramente non si può somministrare una medicina che aggrava il suo stato. Occorre, prima di tutto, evitare di assumere continuamente toni di sfida nei confronti di chicchessia e ribaltare, puntualmente sugli altri, le proprie inefficienze: una volta la colpa è dei governi precedenti, un’altra dell’Europa, poi delle banche e …degli immigrati

Negli anni trenta gli italiani erano descritti come “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori”. Questa frase campeggia, ancora oggi, nel Palazzo della civiltà e del lavoro situato a Roma, nel quartiere Eur. A parte la dose di retorica per rappresentare con frasi ad effetto una realtà, nessuno può mettere in dubbio le tante buone doti possedute da noi italiani. Lo spirito di adattamento, la solidarietà, la generosità, etc., sono virtù che superano di gran lunga i tanti difetti che ci contraddistinguono. Ora, dopo tanti anni di “buona reputazione”, veniamo a scoprire che, da eroi e santi, ci siamo trasformati in “cattivi e rancorosi”. È quanto emerge dagli ultimi due rapporti del Centro studi sociologici – Censis – sui nostri comportamenti sociali. Per rappresentare il sentimento, lo stato d’animo, cioè, degli italiani, per il 2017 si scelse il termine “rancore”, mentre per quest’anno 2018, il Censis si è orientato verso la parola “cattiveria”. È soprattutto “il blocco della mobilità sociale” – scriveva il Censis nel 2017 – a generare rancore diffuso: “molto difficile migliorare la propria posizione, molto facile scivolare più in basso”. Quest’anno il “rancore” – afferma sempre il Censis – “è sfociato in una cattiveria che si manifesta nel nostro quotidiano”. Sembrano moltiplicarsi forme varie di egoismi, di chiusure e invidie e “le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi”. Una descrizione questa che si fa fatica a riconoscere, almeno, se si pensa ai tanti esempi di solidarietà e donazione che si moltiplicano quotidianamente in tutto il territorio nazionale. Eppure, se questo è il sentimento degli italiani, qualche ragione ci sarà. La crisi economica iniziata nel 2008 ha lasciato segni catastrofici: l’economia, nonostante qualche segno di ripresa negli ultimi anni, non decolla ancora e non inverte la sua rotta; il prodotto interno lordo (Pil) non cresce, i consumi restano piatti, le imprese investono poco e il lavoro torna a scarseggiare.
E quel poco lavoro che resta, secondo un diffuso, ma falso, convincimento, viene “rubato” dagli extracomunitari, considerati, a torto, il capro espiatorio delle nostre sventure. Il patto sociale, l’intesa, cioè fra imprenditori, sindacati e governo per garantire le dinamiche salariali, si è rotto e l’ascensore sociale, la possibilità cioè di migliorare la propria situazione economica, attraverso il lavoro, non funziona più.
A una comunità che soffre di paure e di rancore, quali risposte dare? Sicuramente non si può somministrare una medicina che aggrava il suo stato. Occorre, prima di tutto, evitare di assumere continuamente toni di sfida nei confronti di chicchessia e ribaltare, puntualmente sugli altri, le proprie inefficienze: una volta la colpa è dei governi precedenti, un’altra dell’Europa, poi delle banche e …degli immigrati. Se i politici del passato hanno fallito, non sembra che i nuovi stiano brillando per chiarezza di idee e per linearità di comportamenti. A qualche giorno dal termine – 31 dicembre – per l’approvazione della manovra di bilancio, ancora si litiga sulle cose da fare. Per il nostro meridione non si trova una soluzione diversa da quella cavalcata nel passato: perpetuare la pratica odiosa dell’assistenzialismo sotto le nuove forme del reddito di cittadinanza. Sull’altro fronte, si insiste con una riforma delle pensioni sbagliata, continuando a premiare, come si è fatto nel passato, chi già gode di una protezione. Di sostegno alle imprese, di piani di occupazione per i giovani e di riduzione delle tasse per tutti, nemmeno l’ombra. Eppure, mettendo da parte demagogia e arroganza, si potrebbero usare, come chiedono le associazioni di categoria, gli strumenti che già esistono, adeguatamente potenziati, per dare una risposta immediata – il reddito d’inclusione – alle famiglie in stato di disagio e la pensione anticipata per i lavoratori ad usura. Senza svenare le casse dello Stato e rinviando ad un momento migliore la soluzione organica delle due problematiche. Più che la cattiveria e il rancore della gente, pesa, allora, la mancanza di un progetto che indichi, nel breve, nel medio e nel lungo periodo, valide strategie per imboccare la via del cambiamento. Gli italiani non vogliono avventure, chiedono risposte adeguate ai problemi reali del Paese.

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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