A Torino la terza Agorà del sociale per costruire un nuovo modello di convivenza e di “crescita”

L’arcivescovo Cesare Nosiglia ha lanciato il cammino dell’Agorà nel 2014: c’era bisogno di uno spazio di confronto aperto – e sincero, e disinteressato – tra le istituzioni pubbliche, le forze sociali, il sindacato e gli imprenditori, il sistema del credito, le agenzie educative, per affrontare insieme la crisi della città e dell’area metropolitana. Una crisi che ha origini ormai antiche e si collega direttamente alla fine della città – fabbrica e alle scelte "globali" compiute da Fiat-Fca

La locandina è un foglio a quadretti di scuola elementare. Tema: “III Agorà del sociale”. Svolgimento: “Giusto + incluso + istruito + accolto = Welfare”. Perché welfare non significa solo “star bene”, non è neppure soltanto un progresso materiale ed economico. Per la Torino che sabato 17 novembre si confronta al Centro Congressi del Santo Volto, welfare è l’orizzonte su cui giocare le possibilità concrete di costruire un nuovo modello di convivenza e di “crescita” che tenga conto dei cambiamenti reali avvenuti nella società torinese. L’arcivescovo Cesare Nosiglia ha lanciato il cammino dell’Agorà nel 2014: c’era bisogno di uno spazio di confronto aperto – e sincero, e disinteressato – tra le istituzioni pubbliche, le forze sociali, il sindacato e gli imprenditori, il sistema del credito, le agenzie educative, per affrontare insieme la crisi della città e dell’area metropolitana. Una crisi che ha origini ormai antiche e si collega direttamente alla fine della città – fabbrica e alle scelte “globali” compiute da Fiat-Fca.

Sabato al Santo Volto, con l’arcivescovo ci saranno il sindaco Appendino, il presidente della Regione Chiamparino; e anche il prefetto Palomba, il presidente degli industriali Gallina, il capo della Asl di Torino Alberti e il presidente dell’associazione tra le fondazioni bancarie del Piemonte Quaglia. Moderatore Tarcisio Mazzeo, caporedattore di Rai – Piemonte. È in qualche modo un “vertice” che si trova raramente riunito in pubblico: ed è anche, quindi, la misura dell’importanza dell’occasione. Le sofferenze di Torino approdano sempre più sovente alle cronache anche nazionali: per le vicende della Tav, per i problemi del Moi, l’ex villaggio olimpico diventato un rifugio per l’immigrazione illegale e per le infiltrazioni della delinquenza organizzata (E proprio sullo sgombero del Moi si sono messi alla prova, nei mesi scorsi, i progetti delle istituzioni con quelli della Chiesa torinese e di altre associazioni: mandare via la gente è facile, ma occorre creare il contesto in cui queste persone possano recuperare ambienti vitali – lavoro, casa… – senza dover tornare in situazioni di ghetto).

Anche la perdita della candidatura olimpica, o i problemi di governance legati alla gestione del Salone del Libro segnalano un disagio che tocca un po’ tutti i segmenti della vita cittadina.

Non tocca all’Agorà trovare le risposte ai problemi della città: il ruolo dell’Assemblea di sabato è piuttosto quello di sottolineare il valore del confronto fra tutte le parti in gioco e di mettere in atto quegli strumenti che tengano aperti i canali di informazione reciproca, collaborazione, verifica comune dei progetti tra istituzioni e territorio. È il metodo dell’Agorà a presentarsi come innovativo. Ricorda don Paolo Fini, delegato arcivescovile per l’area sociale della diocesi di Torino: “Si arriva all’Assemblea dopo oltre 6 mesi di incontri intorno a 4 grandi tematiche: lavoro, migrazioni, aree socio-sanitarie, aree caritative. Insieme alla gente delle nostre parrocchie hanno lavorato assessori e dirigenti di Comune, Area Metropolitana, Regione; e rappresentanti di tutte le forze vive del territorio torinese. I risultati sono alcune proposte concrete che presentiamo all’Assemblea. Ma è anche un ‘metodo di lavoro comune’ che abbiamo avuto modo di sperimentare e affinare nel corso degli incontri. Questo percorso, poi, è stato un modo di conoscersi meglio tra chi opera negli stessi settori e coltiva ‘interessi’ comuni”.

Nella situazione attuale, osserva ancora don Fini, si tratta anche di ribaltare certe logiche dominanti: la scommessa dell’Agorà è di trasformare la fragilità in risorsa: partire cioè dalle difficoltà di vita delle persone e andare a innovare contesti che non siano più solamente “assistenziali” ma sappiano creare nuovi modi di relazioni personali e sociali.

Il criterio e l’orizzonte dell’Agorà è, in qualche misura, semplice: uno strumento per perseguire il bene comune, come ha ricordato l’arcivescovo Nosiglia nell’ultimo incontro preparatorio della “cabina di regia” (il gruppo che ha coordinato il lavoro di questi mesi). “Il nostro cammino ha avuto, fin dall’inizio, un centro e una bussola: il bene comune. L’individualismo è il peggior nemico del Welfare di inclusione sociale: gli interessi (economici, culturali, di tempo libero) del singolo, il soddisfacimento dei desideri personali diventano l’unico obiettivo esistenziale e l’orizzonte da cui guardare il mondo. Anche la solidarietà e l’aiuto fraterno, in un contesto individualistico, rischiano di essere puramente strumentali: si dona un po’ di denaro o un po’ di tempo libero, ma non si impegna mai il cuore…

Non possiamo illuderci di ricreare oggi a tavolino ‘maggioranze’ né elettorali né culturali.

Ma dobbiamo dotarci di quegli strumenti di dialogo, di quei modelli che mostrino di poter superare la prospettiva solo individualistica della vita sociale”.

Bene comune, primato della persona, partecipazione alla vita della comunità: prima e più delle ricette “tecnologiche” la Chiesa torinese intende ripartire dal primato di questi, che non sono valori religiosi né ecclesiali ma punti fermi di una piattaforma comune che l’intera popolazione del territorio può condividere. Certo, non basta affermare tali criteri a parole. Il percorso dell’Agorà è servito appunto a coinvolgere direttamente le persone e le comunità locali in questa “logica comunitaria”, che è già per se stessa una scelta cultura e politica alternativa sia agli “interessi individuali” sia alla logica del “non nel mio giardino”.

Anche per questo, ha sottolineato Nosiglia, l’accoglienza è il valore decisivo. Accoglienza di forze nuove in un territorio sempre più vecchio, anche demograficamente; e accoglienza come possibilità di “investire” su giovani e famiglie attraverso condizioni di vita meno precaria.

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