Siamo un Paese polarizzato

C’è bisogno di ritrovare un equilibrio che consenta un nuovo patto sociale capace di rispondere finalmente e davvero alle istanze di chi si sente ai margini del sistema. È questa la sfida che ha di fronte il nostro Paese. È questa la sfida che ha di fronte l’Europa e dalla quale dipende la qualità della nostra democrazia

foto SIR/Marco Calvarese

L’introduzione del presidente della Conferenza episcopale italiana alle Assemblee dei vescovi è da sempre un appuntamento di grande significato perché essa offre alcune chiavi di lettura del tempo presente valide non solo per i credenti e per la comunità ecclesiale. L’intervento di lunedì scorso del cardinale Bassetti, presidente della Cei, all’Assemblea generale straordinaria non ha, da questo punto di vista, tradito le attese. Tra i vari spunti di particolare interesse su cui riflettere uno mi sembra meriti un’attenzione perché coglie una tendenza presente non solo nel nostro Paese.

“In politica al posto della moderazione – nota il presidente – si fa strada la polarizzazione, l’idea che si è arrivati a un punto in cui tutti debbano schierarsi per l’uno o per l’altro, comunque contro qualcuno”, e aggiunge: “Ne è segno un linguaggio imbarbarito e arrogante, che non tiene conto delle conseguenze che le parole possono avere”.

Una volta (pochi anni fa, in realtà) in politica vigeva il principio della corsa al “Centro”: se uno schieramento voleva avere possibilità di vincere la tornata elettorale doveva cercare di conquistare i voti moderati, quelli che, per intendersi, avevano votato con ogni probabilità (magari turandosi il naso) Democrazia Cristiana.

L’ultimo che, probabilmente, ha usufruito di questo assunto è stato Matteo Renzi con le elezioni europee del 2014. Dopo è cambiato tutto. Ma non solo in Italia. Basta guardare al di là dell’Atlantico con Donald Trump alla Casa Bianca per rendersi conto di come la polarizzazione abbia assunto livelli impensabili. Oggi definire uno “moderato” rischia, in certi ambienti, di apparire quasi un insulto. Non c’è molto da stupirsi: è la stagione dei populismi che, come abbiamo avuto già modo di vedere, hanno varie ragioni, non tutte nobili. Una delle ragioni che dovrebbero far riflettere è il vissuto di iniquità che una parte della popolazione vive sulla propria pelle: altri hanno un trattamento di favore a loro spese. Questo fa salire la rabbia fino ad assumere atteggiamenti radicali. Ma una società non può reggere a lungo al proprio interno una simile divaricazione e le tensioni che ne derivano. C’è bisogno di ritrovare un equilibrio che consenta un nuovo patto sociale capace di rispondere finalmente e davvero alle istanze di chi si sente ai margini del sistema. È questa la sfida che ha di fronte il nostro Paese. È questa la sfida che ha di fronte l’Europa e dalla quale dipende la qualità della nostra democrazia.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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