Ostili all’ambiente ostile

Auspichiamo un clima di cambiamento, non ci accorgiamo che il clima è cambiato, e non da ieri. Le mutazioni climatiche non sono un’invenzione per organizzare qualche convention internazionale. E l’inquinamento non è la fissazione di quattro ambientalisti che non hanno di meglio da fare. Non è l’ambiente ad esserci ostile, siamo noi a muovergli guerra quotidianamente.

(Foto Afp/SIR)

Ancora una volta una tragedia, tante tragedie in diverse parti del Paese. Comune denominatore il meteo, la furia degli elementi. Le immagini che rimbalzano sugli schermi sembrano quelle di terre lontane devastate dagli uragani tropicali, situazioni che continuiamo a credere lontane mentre sono a due passi da noi. Impotenti. Di fronte a quelle immagini, due esigenze contrapposte: quella di urlare lo sdegno per ciò che si poteva fare e non si è fatto e quello di fare silenzio nel rispetto delle vittime.
Con frasi che puzzano di retorica, sentiamo dire, e ci diciamo noi stessi, che ora è il momento del lutto e che domani bisognerà ripartire. Ricostruire. Cambiare. Con la sensazione di un déjà-vu. Di aver già sentito troppe parole del genere. Mentre sia le parole che il silenzio non sono più sufficienti. Auspichiamo un clima di cambiamento, non ci accorgiamo che il clima è cambiato, e non da ieri. Le mutazioni climatiche non sono un’invenzione per organizzare qualche convention internazionale. E l’inquinamento non è la fissazione di quattro ambientalisti che non hanno di meglio da fare. Non è l’ambiente ad esserci ostile, siamo noi a muovergli guerra quotidianamente. Per cambiare non basta una legge, non basta un condono per sanare la cementificazione selvaggia e non è sufficiente neppure modificare qualche livello massimo dei valori di inquinamento… tanto per stare più tranquilli. Per sentirsi a posto. La verità è che siamo noi stessi ad essere a rischio inquinamento, a rischio di intossicazione dalla voglia di essere sempre più furbi degli altri, di essere coloro che “tanto poi una soluzione si trova”. Che “tanto poi si mette tutto a posto”.
Secondo il rapporto di Legambiente sugli immobili abusivi in Italia, dal 2004 ad oggi su 71.450 ordinanze di demolizione, meno del 20% sono state portate a compimento. Gli altri edifici sono ancora là, a beneficio di chi ha speculato, o come “trappola” per chi in buona fede ha affittato una casa senza sapere di essere in una zona ad altissimo rischio, oppure, nel migliore dei casi, sono ancora in piedi semplicemente come bruttura a disturbare la bellezza di un paese da cartolina.
Sono ancora là e tra quelle case, e quelle che ancora si costruiranno noncuranti delle regole, ci sarà anche l’abitazione di qualche famiglia che verrà distrutta e che piangeremo nei prossimi disastri ambientali. E non si potrà dare soltanto la colpa alla fatalità. Il silenzio di lutto per i morti e per il dolore straziante di chi ha perso tutto deve parlare. O è un silenzio che non serve a niente. Deve smuovere le coscienze. O ci ritroveremo tra qualche settimana, mese o anno, a dirci le medesime cose. In un tragico copia incolla.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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