La voce di chi non si fa sentire

Sono tutti quelli che preferiscono il confronto, il dialogo, l’ascolto, la condivisione, quelli che prima di decidere vogliono capire e non si accontentano di slogan, quelli che anche nel confronto riconoscono competenze e responsabilità a chi le ha, quelli che usano il “noi” non per contrapporsi a “loro” ma per riconoscere una comune umanità. Sembrano muti perché non fanno rumore.

Viviamo tempi difficili segnati da una lunga crisi economica, da movimenti di popoli, da una “guerra mondiale diffusa” che sembra non voler finire, da culture e valori che cambiano non solo nella importanza che gli si dà ma anche nel significato. Il senso di confusione e smarrimento sembra trovare argine solo nella affermazione di un “noi” che si difende da un “loro” che nelle parole non dette sono i “nemici” che mettono a rischio la “nostra” cultura, religione, identità e, non ultimo, il nostro benessere.
Tempi difficili perché quando si attraversa il cambiamento, quando si vive immersi nella storia, non è facile saper riconoscere tra i mille segni e le mille voci quelli che tracciano e indicano la via da percorrere.
Abbiamo bisogno di prenderci per mano perché sentiamo la terra muoversi sotto i nostri piedi, e insieme andare verso quel futuro che non conosciamo e non sappiamo cosa ci riserva. Prenderci per mano, come prendiamo per mano il bambino che ha paura di entrare nella stanza buia e lo accompagniamo a piccoli passi affinché scopra che dietro quella porta non c’è la stanza degli orrori ma uno spazio nuovo da attraversare e scoprire, e da vivere.
Ma a chi dare la mano oggi? Ovvero: a chi affidarsi per essere accompagnati nel cammino? Non è un tema politico, anche se la politica è una parte importante della risposta. È, prima di tutto, un tema culturale, un tema che ha anche a che fare con la psicologia umana nella quale le emozioni giocano un ruolo importante. Non ultimo, su queste emozioni fa leva un certo modo di comunicare che non lascia spazio alla ragione, non porta argomenti, non accetta il confronto, alza sempre la voce tanto da sembrare essere diventato l’unico modo possibile di comunicare.
C’è, però, anche chi non si rassegna a questo stato di cose. Verrebbe da dire che è la “maggioranza silenziosa”. Probabilmente non è la maggioranza, ma sono tanti coloro che sembrano non esserci solo perché non “si fanno sentire”. Sono tutti quelli che preferiscono il confronto, il dialogo, l’ascolto, la condivisione, quelli che prima di decidere vogliono capire e non si accontentano di slogan, quelli che anche nel confronto riconoscono competenze e responsabilità a chi le ha, quelli che usano il “noi” non per contrapporsi a “loro” ma per riconoscere una comune umanità. Sembrano muti perché non fanno rumore.
Anche nella Chiesa c’è confusione. Martedì scorso, il cardinale Walter Kasper presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, commentava così gli attacchi a Papa Francesco che si stanno susseguendo in questo periodo: “È una situazione inedita perché finora il Papa non era attaccabile”.
“Si poteva ovviamente non essere d’accordo. Ma il Papa è il simbolo dell’unità e ha un’autorità non soltanto nella Chiesa; è un’autorità morale nel mondo. Distruggere questa autorità come fanno, è del tutto irresponsabile”. E aggiungeva: “La maggioranza dei cristiani che è in favore del Papa, non deve stare zitta in questa situazione e deve dire: siamo con il Papa, per il Papa. Ma questo manca. La maggioranza è zitta mentre gli altri parlano ad alta voce e hanno una rete fra di loro”.
In questi tempi confusi credenti e non credenti possono lavorare insieme per farsi carico di una visione di futuro in cui c’è una speranza per tutti.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

Altri articoli in Territori

Territori