Ciao, perché mi volete eliminare?

La domanda di Nicole Orlando - rivolta a ostetriche e medici islandesi impegnati nell’ambito dei servizi di diagnosi prenatale e di accompagnamento alla nascita - ha suscitato uno stupore imbarazzato, ma per gli intervistati si è rivelato del tutto spiazzante il fatto di trovarsi di fronte ad una ragazza down, viva e vegeta, che pone interrogativi e che vive una vita piena di emozioni e ricca di affetti

Questa volta bisogna riconoscere che le Iene hanno fatto un buon servizio. Mi riferisco al programma andato in onda su Italia 1 domenica scorsa, giornata nazionale delle persone con sindrome di down, che ha visto come protagonista Nicole Orlando: una ragazza speciale, “con una marcia in più” – come lei stessa si definisce – e il cui motto è “vietato arrendersi”. Di Biella, classe 1993, Nicole ha un palmarès di successi sportivi di tutto rispetto: solo per citare l’ultima impresa, ha vinto sette medaglie ai campionati d’atletica di categoria che si sono tenuti recentemente a Madeira, in Portogallo. Di lei ha parlato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno del 31 dicembre 2015, additandola come un emblema dell’Italia al femminile che si impegna e che ottiene risultati prestigiosi.
Ebbene, proprio Nicole, con la mamma Roberta e la troupe del noto programma televisivo, sono andati in Islanda, il Paese in cui i bambini down stanno scomparendo perché, una volta riconosciuta la sindrome attraverso l’analisi prenatale, vengono eliminati prima di nascere: praticamente al cento per cento. “Ciao, perché mi volete eliminare?”, questa la domanda che Nicole ha rivolto agli intervistati: ostetriche e medici islandesi impegnati nell’ambito dei servizi di diagnosi prenatale e di accompagnamento alla nascita. La domanda ha suscitato uno stupore imbarazzato, ma per gli intervistati si è rivelato del tutto spiazzante il fatto di trovarsi di fronte ad una ragazza down, viva e vegeta, che pone interrogativi e che vive una vita piena di emozioni e ricca di affetti. Dopo l’iniziale palpabile fastidio – alcuni quasi volevano mandare all’aria il colloquio –, si è avviato un dialogo pacato, anche se un po’ ingessato: qui è emerso con una certa chiarezza che ai genitori cui viene prospettata la possibilità della nascita di un bambino down non vengono adeguatamente fatti conoscere gli strumenti e le possibilità per accompagnarlo e farlo crescere serenamente. Così, la decisione più semplice ed ovvia per la coppia risulta quella di “eliminarlo”: in Islanda, come detto, quasi nel cento per cento dei casi.
Di fronte a Nicole, testimonianza vivente che un percorso diverso è possibile, il dottor Stefansson, il genetista protagonista di un documentario in cui presenta il modello di prevenzione islandese come uno dei più efficienti a livello mondiale, sembra indietreggiare ed avere qualche dubbio. Dopo un’iniziale brusca e poco professionale accoglienza, il medico riconosce: “La società ha visto [eliminare i feti con sindrome di down] come qualcosa di desiderabile. E credo che sia perché abbiamo una tendenza, anche se non lo ammettiamo: abbiamo la tendenza a pensare che sia tutta una corsa alla perfezione genetica. Vogliamo che la gente sia magra e non grassa, alta e non bassa e quando pensiamo ai bambini li vogliamo tutti perfetti come perfette bamboline ed è una cosa ingenua e stupida e irrealistica. Ed è tragico”.
Già, qualcosa di tragico. E proprio di questa tragedia ha parlato Papa Francesco nell’udienza di mercoledì 10 ottobre, dedicata al quinto comandamento (“non uccidere”), con parole forti che hanno scosso l’opinione pubblica: un testo da leggere per intero, con molta attenzione, non accontentandosi dei titoli di qualche giornale. “È giusto – ha chiesto il Papa – ‘fare fuori’ una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto ‘fare fuori’ un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema”. “Da dove viene tutto ciò? – ha domandato ancora Papa Francesco – La violenza e il rifiuto della vita da dove nascono in fondo? Dalla paura. L’accoglienza dell’altro, infatti, è una sfida all’individualismo. Pensiamo, ad esempio, a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave. I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza…”.
La paura di non farcela, la paura dei problemi e della difficoltà, la paura di non essere secondo gli standard della “perfezione genetica”, la paura di dover fare sacrifici… Nicole e la sua famiglia hanno affrontato tutte queste paure. Con loro ci sono tante altre famiglie, anche delle nostre comunità. Guardando a queste famiglie e a testimonianze di vita come quella di Nicole, anche la paura si smonta. Si intuisce che ci sono percorsi possibili e bisognerebbe farli conoscere di più. Si fa più chiara la consapevolezza che ogni vita è degna ed ha il diritto di essere vissuta. Allora, “perché – chiede Nicole non solo ai medici islandesi ma a tutta la società – mi volete eliminare?”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

Altri articoli in Territori

Territori