Gli amici e i nemici del cambiamento

L’Italia è oggi uno dei Paesi più indebitati al mondo. È questo il miglior servizio al nostro Paese, ai tanti cittadini che chiedono veri segnali di cambiamento fondati sulla giustizia e sul progresso sociale, sulla lotta agli sprechi e agli evasori, sull’ammodernamento della pubblica amministrazione, sulla pace e il dialogo fra i popoli, quelli europei per primi?

Il Documento di economia e finanza (Def), il quadro programmatico che contiene le scelte economiche e finanziarie che il governo intende adottare per realizzare il suo programma, non era stato ancora definito nei suoi particolari e già le opposte tifoserie ne anticipavano il risultato finale. “Onoreremo tutte le promesse fatte e cambieremo l’Italia”, affermavano i leaders della maggioranza; “porterete l’Italia al fallimento”, replicavano i partiti di opposizione. Si tratta, ovviamente, di pareri interessati che tendono, da una parte, ad esaltare l’azione di governo, dall’altra a demolirla. Di altro spessore e attendibilità i pareri di tanti economisti e di tanti opinionisti – compresi quelli non ostili per principio al governo – che avanzano sempre più dubbi, gli uni e gli altri, circa l’efficacia e la bontà della manovra del governo. Che, è bene rammentare, si poggia prevalentemente sull’indebitamento e che tende a mettere insieme programmi – spesso contraddittori fra loro – di due forze, Lega e Cinquestelle, diverse per cultura, pensiero politico, elettorato di riferimento e programma di governo. La Lega, che ha rappresentato fin dalle sue origini la parte imprenditrice del nord Italia, è stata sempre ostile verso ogni forma di assistenzialismo e crede, fino all’esasperazione, nell’identità nazionale: “prima gli italiani, poi gli altri”. I Cinquestelle, nati in coincidenza con l’inizio della grande crisi economica (2007-2008), hanno mostrato sempre avversione per la classe dirigente del Paese. I governi del passato, i partiti, le banche, i sindacati, gli imprenditori, sono per loro i veri responsabili dell’impoverimento della popolazione della quale si vantano di avere assunto la tutela. L’incontro fra due forze diverse, come è stato più volte sottolineato, non ha prodotto una sintesi capace di dar vita a un programma unico, compatibile con la situazione generale e debitoria del Paese, ma ha prodotto la somma di due programmi, denominata “contratto di governo”. In altre parole un programma doppio che reclama risorse doppie. Significa essere nemici del cambiamento se in presenza di una simile impostazione, più esperti nutrono dubbi circa la bontà dell’azione di questo governo? Significa esser contro il governo se ci si preoccupa dell’innalzamento dello spread, quell’indice che serve, tra l’altro, a misurare la fiducia degli operatori di mercato nelle attività di un Paese, in questo caso l’Italia? Dire che è anomalo, se non pericoloso, prevedere, da una parte, seri impegni di spesa – reddito e pensioni di cittadinanza e pensioni anticipate – e dall’altra una riduzione delle entrate fiscali con la previsione di premi o condoni agli evasori? Ed è prudente, fondato, strategicamente opportuno,irridere continuamente agli organismi europei, per il fatto di avere espresso serie riserve nei confronti della manovra del governo? “L’Italia si trova in una situazione difficile per avere deviato dalle regole fissate insieme”, ha affermato il presidente della commissione europea; “andremo avanti per la nostra strada, tanto tra sei mesi sparirete” è stata la risposta del governo. Ma dove sta il cambiamento, viene da chiedersi, se le manovre in deficit (spendere più di quanto è in cassa), come sta facendo questo governo, in passato l’hanno fatto tutti i governi? Con la conseguenza che l’Italia è oggi uno dei Paesi più indebitati al mondo. È questo il miglior servizio al nostro Paese, ai tanti cittadini che chiedono veri segnali di cambiamento fondati sulla giustizia e sul progresso sociale, sulla lotta agli sprechi e agli evasori, sull’ammodernamento della pubblica amministrazione, sulla pace e il dialogo fra i popoli, quelli europei per primi? Riprendendo la domanda di un giovane al Sinodo, Papa Francesco, a braccio, ha detto: “Per favore, voi non avete prezzo, non siete merce all’asta, non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono nella testa per finire schiavo, dipendente, fallito nella vita”. E ha concluso:“I populismi non hanno niente da vedere con il popolo né con la cultura del popolo che si esprime nell’arte, nella cultura, nella scienza. Questo, è la chiusura su un modello, siamo chiusi, siamo noi soli e quando siamo chiusi non si può andare avanti”.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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