Elogio della benevolenza

È profondamente umana, ma dovrebbe anche essere tipicamente cristiana se la intendiamo anche come riconoscere il bene che c’è nell’altro e sentirsene in qualche modo responsabile. È un atteggiamento che alimenta la fiducia, il bene nell’altro, il bene nella relazione. È la convinzione che il mondo non sarà schiacciato dal male, né finirà prigioniero della rabbia. E non è poco

Viviamo un tempo complicato, carico di potenzialità, ma anche di incognite e incertezze e con esse di timori e paure. Non poche volte la narrazione comune sembra far prevalere queste ultime sulle prime. Forse sarà anche per questo che ci ritroviamo non raramente arrabbiati contro tutto e tutti.
Per carità qualche ragione c’è e magari per qualcuno più che per altri, ma se andiamo a ben guardare è anche, spesso, questione di atteggiamento che si sceglie di avere nei confronti della vita e del mondo. Lo stesso problema possiamo affrontarlo in modi molto diversi, dipende con che atteggiamento partiamo. E in questo non tutto dipende dall’esterno. Normalmente siamo noi che decidiamo con che occhi guardare il mondo al mattino quando iniziamo la giornata.
In tal senso un atteggiamento da riscoprire e rilanciare – perché fa tanto bene a noi e agli altri – è quello della benevolenza. Il dizionario la definisce come: “Disposizione d’animo favorevole verso qualcuno, comprensione, indulgenza”. Non si tratta di accogliere l’altro a braccia aperte, ma almeno non mettersi, ancora prima di averlo incrociato, in atteggiamento di difesa o addirittura di ostilità.
Questa disposizione d’animo non va confusa con uno sterile buonismo beota. È una scelta consapevole nei confronti dell’altro, che non dà alcuna garanzia e che parte da alcuni presupposti importanti. Qui ne consideriamo uno: la consapevolezza della propria non perfezione e la conoscenza dei propri limiti. Questa coscienza del limite umano fa accogliere l’altro con una naturale simpatia: siamo due imperfetti che possono, senza timore, farsi compagnia. La considerazione, per contro, fa intuire che è difficile ci sia benevolenza laddove c’è supponenza e arroganza, atteggiamenti che solitamente nascondono, invece, mediocrità e non accettazione dei propri limiti.
L’accettazione delle imperfezioni proprie porta a guardare agli errori dell’altro, sapendo che forse al suo posto, poteva succedere anche a me. Non sconti rispetto a responsabilità precise dunque, quanto piuttosto non scegliere la crocifissione per chi ha sbagliato, ma la possibilità di ritentare. Il rilanciare fa parte della benevolenza. Ancora la consapevolezza del limite dovrebbe portarci a vedere la realtà come strutturalmente imperfetta. Quindi, va bene denunciare le cose che non vanno, ma almeno senza dimenticare ciò che funziona. Poi, se proprio tutto non funziona allora è un altro discorso.
Il bello della benevolenza è che è profondamente umana, ma dovrebbe anche essere tipicamente cristiana se la intendiamo anche come riconoscere il bene che c’è nell’altro e sentirsene in qualche modo responsabile. È un atteggiamento che alimenta la fiducia, il bene nell’altro, il bene nella relazione. È la convinzione che il mondo non sarà schiacciato dal male, né finirà prigioniero della rabbia. E non è poco.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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