La povertà ci fa paura

La vediamo come uno spauracchio, un buco nero nel quale avremmo potuto cadere ma dal quale ci siamo salvati o, al contrario, un incubo nel quale siamo affondati. Per guardare negli occhi la povertà con sguardo positivo, è necessario avere coraggio, sapere che proprio nelle difficoltà a volte nasce la capacità di reinventarsi, mettersi alla prova

La povertà ci spaventa? Sì, perché la vediamo come uno spauracchio, un buco nero nel quale avremmo potuto cadere ma dal quale ci siamo salvati o, al contrario, un incubo nel quale siamo affondati. Se la nostra epoca è caratterizzata al tempo stesso dalla rincorsa al superfluo, ma anche da sacche insospettabili di vite al limite dell’indigenza, vuol dire che qualcuno degli anelli di congiunzione fra la civiltà e la crescita, è saltato. È anche per questo che la presenza a Matera di Muhammad Yumus, Premio Nobel per la Pace nel 2006 e padre del microcredito, è diventata occasione di confronto e profonda riflessione nell’ambito di una iniziativa promossa dalla Fondazione Città della Pace che ha condotto alla firma di una intesa per la nascita di un centro di Yunus all’Unibas.
“Il banchiere dei poveri” come è spesso definito ha raccontato il suo approccio con la miseria, da docente di economia all’Università in Bangladesh a studioso di uno strumento che trasformasse il concetto di economia, ribaltandolo a favore delle classi meno abbienti. Quando la povertà ci tira per la giacchetta, chiede gesti concreti, ci mette alla prova e Yunus, prestando i suoi primi 27 dollari ha ampliato in modo del tutto inaspettato l’idea di credito che le banche applicano da sempre, ma in modo opposto.
Il concetto di fiducia tra chi aiuta e chi riceve, in questo caso, ha stupito innanzitutto coloro che ricevevano il denaro e che fino a quel momento erano ricorsi agli usurai. Quell’uomo dalle parole semplici, che da quel momento sarebbe stato il nemico numero 1 della finanza dei grandi numeri, stava offrendo loro una opportunità, raggiungendo nel tempo con gli operatori della Grameen Bank che intanto aveva fondato, negli 80mila villaggi bengalesi e offrendo prestiti a imprenditori che a loro volta non avevano alcuna garanzia.
Con gli anni in 9 milioni, soprattutto donne analfabete, hanno scoperto che essere poveri non voleva dire necessariamente soccombere ma trasformare quel problema in creatività.
Applicare questo principio alla Basilicata, terra di fuga di cervelli, disoccupazione galoppante e corruzione mai sconfitta, diventa così una sfida epocale a cui nessuno dovrebbe sottrarsi, consapevole che i nostri tempi sono anche epoche di profondi cambiamenti nel bene e nel male.
Nella lectio magistralis che ha tenuto sulla terrazza di Palazzo Lanfranchi, Muhammad Yunus ha parlato innanzitutto alle coscienze, primo tassello di una composizione che tocca non solo tutti i settori, ma anche tutte le fasce d’età.
Per guardare negli occhi la povertà con sguardo positivo, è necessario avere coraggio, sapere che proprio nelle difficoltà a volte nasce la capacità di reinventarsi, mettersi alla prova.
“Fondando la Grameen Bank – ha spiegato tra l’altro Yunus – ho letto tutte le regole dei grandi istituti, e le ho scritte al contrario”. In fondo la vita, a volte, ci costringe a non seguire il flusso principale, lasciandocene fuori. Ma non è detto che questo sia il vero problema.

(*) direttrice “Logos” (Matera-Irsina)

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