Che dicono i primi cento giorni di governo?

Nell’interesse del Paese, si auspica che i nostri governanti, sappiano utilizzare al meglio l’ampio consenso popolare, traendo dallo stesso stimolo per agire con più umiltà e saggezza

I primi cento giorni di un governo costituiscono un periodo troppo breve per formulare giudizi attendibili sul suo operato; dovrebbero rappresentare, però, un periodo sufficiente per scorgere la direzione verso la quale si muove. Il governo targato Lega-Cinque stelle, nato il primo giugno scorso, costituisce un’eccezione anche sotto questo punto di vista. Il confuso e contraddittorio dibattito alimentato giornalmente dai suoi esponenti non consente di individuarne né la direzione, né la fisionomia. Non si tratta di stabilirne la classica collocazione politica, se sia, cioè, un governo di destra o di sinistra – questi parametri sono definitivamente archiviati – quanto di individuarne quei connotati che consentono di definirlo sicuramente un “governo del cambiamento”. Un governo, cioè, che vuole imprimere con i fatti, più che con gli annunci, un’inversione di marcia rispetto al passato.
Qual é, ad esempio, la politica nuova per rendere il Paese più giusto dal punto di vista fiscale? La Costituzione (art. 53) dice che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ebbene, la flat tax, cioè una tassa uguale per tutti, ricchi e poveri, come propone la Lega, combinata con l’introduzione di un condono fiscale, non può considerarsi una misura fiscale equa. Costituisce un sicuro premio agli evasori e una beffa per chi ha sempre pagato le tasse. E sul piano della lotta alla povertà, il reddito di cittadinanza, da realizzare, come ipotizzano i Cinque stelle, eliminando una serie di benefici – reddito d’inclusione, 80 Euro, detrazioni fiscali – di cui già godono le famiglie e le categorie a basso reddito, è una mezza presa in giro. Così come la strada intrapresa da Salvini sul piano del contrasto all’immigrazione, non può considerarsi la più efficace e umanamente adeguata.
Dov’è la differenza fra il prima e il dopo, se non nella propaganda e nel trattamento disumano riservato agli inermi naufraghi? Già ai tempi del ministro Minniti gli sbarchi si erano ridotti notevolmente e anche allora, come ora, l’Europa non accoglieva gli immigrati. Solo che prima i profughi sbarcavano nei nostri porti senza subire sevizie; ora vi sbarcano con atroci e inutili sofferenze. E per di più siamo in guerra con l’Europa e con il mondo intero.
Flat tax, immigrati, reddito di cittadinanza, legge Fornero, sono soltanto taluni dei punti di un contratto di governo gestito “dietro le quinte” dal Presidente del Consiglio Conti. Non un programma organico, ma, come rilevato da più parti, la somma di due distinti programmi, quello della Lega e quello dei Cinque stelle, con obiettivi spesso incompatibili tra loro, ai quali le parti non intendono rinunciare. Ognuno coltiva il proprio orticello, con annunci, sfide e proclami senza che si arrivi a una conclusione. Meraviglia, infatti, la disinvoltura con la quale i vari esponenti del governo prima annunciano un provvedimento e poi lo mettono in discussione. Si litiga su tutto, perfino sui vaccini, una materia che, per la sua delicatezza, dovrebbe restare fuori dallo scontro politico. E intanto i tempi delle realizzazioni si allungano, compresi quelli per le grandi opere che costituiscono anch’esse materia di disputa fra i due partiti di governo.
In queste condizioni, quale fiducia possono riporre nel nostro Paese i finanziatori del nostro debito? Ma ciò che più sorprende è la superficialità con cui vengono affrontate le varie questioni, da quelle più semplici a quelle più delicate, come la nostra appartenenza all’Europa. Da una parte si dichiara di volere rimanere in Europa, dall’altra si lanciano strali contro i cosiddetti “poteri forti” che condizionerebbero i nostri progetti di cambiamento. Evidentemente il considerevole favore popolare goduto dal governo viene percepito dai suoi ministri come licenza di dire, di fare e disfare a proprio piacimento. Massimo rispetto per i sentimenti dei cittadini che, più per odio verso la vecchia classe politica, che per intimo convincimento, sostengono questo governo. Anche se di fronte all’inconcludenza della nuova classe politica, un atteggiamento più critico potrebbe essere di maggiore utilità. Nell’interesse del Paese, si auspica che i nostri governanti, sappiano utilizzare al meglio l’ampio consenso popolare, traendo dallo stesso stimolo per agire con più umiltà e saggezza.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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