Come cicale spensierate

Le risorse del pianeta non sono infinite e noi ne stiamo consumando troppe: lo scorso primo agosto infatti è stata la giornata in cui, esaurite le risorse per l’anno 2018, abbiamo cominciato a intaccare le riserve

Non è come quando finisci il sale, che scendi al piano di sotto o bussi alla casa accanto per fartene prestare un po’. Le risorse del pianeta non sono infinite e noi ne stiamo consumando troppe: lo scorso primo agosto infatti è stata la giornata in cui, esaurite le risorse per l’anno 2018, abbiamo cominciato a intaccare le riserve.
Siamo cicale spensierate che si godono la festa, l’estate e la vita, scialacquando ciò che hanno. Non siamo, nei confronti del pianeta che ci ospita e pure nei confronti delle generazioni che verranno, formiche zelanti e prudenti.
Gli studiosi del Global Footprint Network hanno fatto sapere che, in media, in un anno usiamo le risorse di 1,7 pianeti Terra. Il plurale maiestatis è d’uopo: indica la parte ricca del pianeta che ha il necessario e non se lo fa bastare. Ne usa di più, incurante di chi arriva a fine giornata senza pranzo nè cena. E questo è un altro problema nel problema.
Come sono messi gli italiani? Per niente bene. Lo stesso studio ha segnato in calendario il nostro giorno delle risorse finite: è stato il 24 maggio. Molto in anticipo sulla media. Se tutti vivessero come l’Italia, se il pianeta adottasse il nostro stile e la nostra voracità, servirebbero le risorse di 2,6 pianeti Terra. Il rispetto delle risorse è quindi di grande urgenza.
Papa Francesco, il 24 maggio 2015, ha dedicato alla cura della casa comune l’enciclica “Laudato si'”. Tredici anni fa i vescovi hanno istituito per il 1° settembre una Giornata nazionale per la cura del Creato (quest’anno celebrata a Frosinone domenica 2). Il tema scelto è “Coltivare l’alleanza con la Terra”. Un’alleanza, non uno sfruttamento.
Le considerazioni possibili sono molte: economiche, politiche, sociali. Vanno dall’equo al giusto consumo, all’impegno al rispetto del pianeta a quello dei nostri compagni di viaggio, persone che sono sullo stesso nostro mondo ma che non ne godono come noi. Anzi, che di assenza di risorse muoiono.
I promemoria sono tanti: ad ogni forte maltempo, ad ogni evento straordinario la fragilità ambientale, la cura del territorio, il rispetto del pianeta tornano come ritornelli. Presto inghiottiti dallo stile vorace che riprende il sopravvento.
Consumiamo e, con gli involucri vuoti, inquiniamo. Anche dal mare giungono segnali d’allarme: c’è chi ha previsto che nel 2050 i pescatori tireranno su più plastica che pesci. Tanto che grandi catene come Ikea (dall’autunno 2018) e McDonald’s (dal 2019) hanno annunciato l’eliminazione delle cannucce di plastica, sostitute da quelle di carta. Invertire la rotta è importante.
Uno studio Eurostat ha stilato la classifica dei paesi europei in base alla produzione di rifiuti plastici pro capite. Il più virtuoso è risultato la Bulgaria con 14 chili a testa, fanalino di coda l’Irlanda. L’Italia con i suoi 35 chili è al settimo posto, ma va oltre la media europea che è di 31 chili. Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha dichiarato che se continuiamo così il continente più grande al mondo sarà un’isola di plastica. E l’Onu ha quantificato in otto milioni di tonnellate la mole dei rifiuti plastici che ogni anno finiscono a mare. Il tema arriverà pure alla Mostra del cinema di Venezia dove, il 4 settembre, One Ocean Film Unit presenterà un progetto di sensibilizzazione in tal senso. Ogni azione di monito è benvenuta. Poi, il consumo responsabile tocca a ciascuno di noi.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

Altri articoli in Territori

Territori