Grest: miracolo della normalità

Sono occasioni d’incontro uniche: tra ragazzi - senza distinzione di appartenenza -, e tra generazioni altrimenti poco in contatto e raramente in dialogo. Fa bene a tutti: i piccoli apprendono la via della parrocchia, gli over spezzano i lunghi pomeriggi di solitudine che le altre stagioni regalano. È un’esperienza dal valore universale

Riempiono di voci i cortili degli oratori, le vie assolate dei paesi quando sciamano in bicicletta, le giornate di nonni veri o prestati che si industriano ogni anno a proporre attività da insegnare.
Riempiono di magliette colorate le piazze semivuote. E pare che anche le piazze, dopo i mesi invernali, non aspettino altro che essere popolate e spallonate.
Rompono la quiete sonnacchiosa di pomeriggi altrimenti immobili nella canicola, correndo verso l’atteso appuntamento delle estati di paese: sono i bambini e i ragazzi che, chiusa la scuola, si ritrovano, si divertono, si scatenano nei grest.
Sono tanti e non sono soli. Vi si incontrano persone di tante età e di tanti ruoli: i più piccoli giocano, tutt’al più ballano e cantano. I più grandi sorvegliano, organizzano, insegnano, tengono d’occhio: ognuno ha un compito.
Tutto nei grest si fa palestra: di vita insieme, di responsabilità, di sano divertimento, di disponibilità generosa, di inventiva e di attenzione al più piccolo e al più sensibile. Ma anche di misura e rettitudine.
Ci sono sempre i ragazzi più grandi: dalle superiori all’università. Durante l’anno si sono preparati, hanno seguito corsi: divertirsi non basta, bisogna imparare a gestire i cinquanta, cento, duecento e perfino trecento ragazzi che ogni mattina od ogni pomeriggio invadono, rendendola viva, la canonica e i suoi dintorni, i centri giovanili, i campetti, gli oratori.
Chiamare i don si fa arduo: sembra ti rispondano dalla curva dello stadio: “È in vacanza?”. “Sì, siamo in duecento”, dicono con la voce della gioia. I ragazzi contagiano di una cosa poco riposante quanto benefica: la vitalità.
Anche senza parole lo confermano gli over che, per adempiere al loro volontario compito, escono con magliette arancione che mai indosserebbero; escono sotto un solleone votato alle penniche più che ai tornei; escono coi borsoni ricolmi di ciò che serve alle attività che insegnano, pronti ad inorgoglirsi per ogni piccolo sapere trasmesso, per ogni titubante cominciamento: di ricamo, cucina, traforo o perline che sia.
C’è sempre uno spazio per la preghiera quotidiana, che passa anche a forza di decibel. E c’è una storia da seguire: in ogni episodio passano giochi e valori.
Sono giorni ricchi e tumultuosi: sfide, lavori, uscite, prove per lo spettacolo finale. Manca il tempo per fermarsi a cogliere il dono di questo miracolo della normalità che si ripete ogni estate, dandole molto più del senso di ferie: donando anima a un paese o a un quartiere che sperimenta la comunità; riempiendo oggi i pomeriggi, domani i ricordi di schiere di ragazzini.
I grest sono occasioni d’incontro uniche: tra ragazzi – senza distinzione di appartenenza -, e tra generazioni altrimenti poco in contatto e raramente in dialogo. Fa bene a tutti: i piccoli apprendono la via della parrocchia, gli over spezzano i lunghi pomeriggi di solitudine che le altre stagioni regalano.
È un’esperienza dal valore universale: i frati francescani lo stanno portando perfino in Siria, ancora tormentata dalla guerra. In una parrocchia di Aleppo, pochi mezzi e ancor meno corrente, c’è un grest per centinaia di bambini che, a cinque-sei anni, non sanno cosa sia giocare.
Ad ogni latitudine i grest sono oasi di chiassosa serenità, sono pomeriggi azzurri sopra la polvere delle macerie. Anche quelle dell’anima che, sia pur in modo estremamente diverso, si trovano da questa come da quella parte del mondo.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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