Giovani in fuga. Trattenerli si può?

Nei nostri piccoli centri l’emorragia è giunta a livelli tali da creare un allarme demografico da far paventare la scomparsa tra non molti anni, di interi paesi. Ma la fuga non riguarda solo i giovani in cerca di lavoro. Anche la scelta dell’università da frequentare si profila come un incentivo alla fuga.

Tre giovani under 30 su quattro lascerebbero l’Italia per cercare un lavoro all’estero. E tra le principali ragioni che li spingono fuori dal nostro Paese ci sono migliori opportunità di carriera, l’allargamento degli orizzonti personali, l’arricchimento del curriculum, la conoscenza di una cultura diversa e il miglioramento degli standard di vita. È quanto emerge dal report “Decoding Global Talent 2018” di Boston Consulting Group, un’indagine su dipendenti e persone in cerca di lavoro realizzata intervistandone 360 mila in 197 Paesi e pubblicata di recente.
Nei nostri piccoli centri l’emorragia è giunta a livelli tali da creare un allarme demografico da far paventare la scomparsa tra non molti anni, di interi paesi. Ma la fuga non riguarda solo i giovani in cerca di lavoro. Anche la scelta dell’università da frequentare si profila come un incentivo alla fuga. E non si tratta più di costrizione per cause di forza maggiore ma forse di una semplice moda sempre più diffusa. Già qualche anno prima della maturità i nostri ragazzi cominciano ad orientarsi verso la scelta di università lontane dalla Sicilia. Dati ufficiali affermano che il 30% degli studenti universitari del Sud si iscrive ad un Ateneo del Nord con impoverimento del Mezzogiorno ed effetti devastanti sull’economia del Paese.
Qual è la causa di questa situazione che continua a depauperare le nostre comunità delle risorse migliori e spegnere le speranze di sviluppo? “La cronica debolezza della domanda di lavoro meridionale è all’origine di questo fenomeno”, scrive lo Svimez spiegando la fuga degli studenti. Perché la qualità di alcune facoltà universitarie meridionali è eccellente e non hanno niente da invidiare a quelle del Nord.
Ai 157.000 studenti netti che migrano quest’anno vanno poi aggiunti coloro che al Sud si laureeranno ma non troveranno lavoro. Negli ultimi quindici anni sono andati via in 500.000, di cui 200.000 laureati, che si sono formati a Sud ma sono andati a lavorare al Nord.
Si strombazza ai quattro venti la vocazione turistica della Sicilia, eppure i siti archeologici giacciono in grave abbandono, invasi dalle erbacce. Le campagne di scavo che potrebbero interessare archeologi e storici dell’arte sono bloccate da anni per mancanza di fondi. Gli innumerevoli monumenti, chiese e altri siti attendono da lungo tempo i necessari restauri per poi rimanere inesorabilmente chiusi per mancanza di personale di sorveglianza. Questo è di certo un settore che potrebbe dare sicura occupazione a molti giovani. Ma accanto ad esso si potrebbe pensare anche di tornare ai vecchi mestieri, magari con un po’ di cultura in più che non guasta mai. Penso alle colture agricole di nicchia per rilanciare l’agricoltura, a lavori in via di estinzione (ebanisti, mastri ferrai, tappezzieri…) che richiedono destrezza e manualità. Una volta c’erano i famosi ragazzi di bottega che imparavano a contatto con il “mastro”, ma che con le restrittive leggi sul lavoro sono scomparsi. Forse, se non ci fosse la smania di avere subito i soldi in tasca, si potrebbe invertire la tendenza. Non tutti debbono essere necessariamente dottori o manager!

(*) direttore “Settegiorni dagli Erei al Golfo” (Piazza Armerina)

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