Commuoviamoci per chi soffre, non solo per la squadra thailandese

Commuoviamoci e gioiamo per la salvezza dei “cinghialotti” thailandesi. E impariamo da questa vicenda a sentirci più solidali con ogni persona che soffre e a lasciarci interrogare ed inquietare dalla sua sofferenza. Forse può sembrare poca cosa, ma è quel poco che fa la differenza

foto SIR/Marco Calvarese

“Non siamo sicuri se questo sia un miracolo o la scienza o qualcos’altro. Tutti i tredici Cinghiali sono ora fuori dalla grotta”. È quanto ha scritto sui social il gruppo di esperti sub alla conclusione della missione di salvataggio nella grotta Tham Luang, in Thailandia. I “Cinghiali” – dal nome della loro squadra di calcio – sono i dodici ragazzi, più il loro allenatore, che sono rimasti intrappolati nelle viscere della terra per ben diciotto giorni. La notizia ha fatto tirare un sospiro di sollievo al mondo intero, che ha partecipato con commozione alle fasi di recupero dei ragazzi. Qualcuno ha osservato che in Thailandia, mentre si stava facendo tutto quello che dipendeva dalle capacità e possibilità umane, c’era un’intera nazione – compresi gli uomini politici – in preghiera. Mentre accadeva tutto questo, ha commosso in modo particolare la notizia della morte di Saman, uno dei primi sub corsi in aiuto degli sfortunati prigionieri e perito durante le fasi di soccorso: si era reso disponibile volontariamente alla missione, prendendo ferie per – sono parole sue – “andare a riportarli a casa”. Questa vicenda è stata una forte esperienza di solidarietà e di empatia: ci siamo sentiti partecipi, coinvolti e vicini a quanto stava accadendo al gruppetto di giovani thailandesi. Dall’altro lato, dobbiamo riconoscere – e su questo fatto dobbiamo anche vigilare – che ci commuoviamo in modo “selettivo”. Insomma, siamo un po’ in balìa dei nostri sentimenti, di quello che vediamo o di quello che ci capita di vedere, anche a motivo delle scelte dei mezzi di comunicazione.

Lo stesso vale per la notizia degli oltre cinquanta morti in Canada, causata – a quanto sembra – dall’imprevista impennata delle temperature. Certo, non è umanamente possibile conoscere tutto quello che accade nel mondo e non è nemmeno possibile commuoversi per tutto. Dobbiamo accettare di essere limitati. Tuttavia ci è chiesto almeno di farci carico, con umanità e fede, di quanto ci è dato di incrociare nelle nostre esistenze. E se spesso non ci è possibile proporre e individuare soluzioni concrete ai problemi che veniamo a conoscere, ci è chiesto per lo meno di sostare sulla domanda, di conservare l’inquietudine, di affidare nella preghiera… Da questo punto di vista, trovo preziosa la nota sulla questione dei migranti – pubblicata a fine giugno – del Consiglio pastorale della diocesi di Milano, presieduto dall’arcivescovo mons. Delpini. In un suo passaggio, si esprime così: “Quello che succede, nel Mediterraneo, in Italia e in Europa può lasciare indifferenti i cristiani? Possono i cristiani stare tranquilli e ignorare i drammi che si svolgono sotto i loro occhi? Possono coloro che partecipano alla messa della domenica essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri, che sono, per i discepoli del Signore, fratelli e sorelle?”. La nota si conclude con un forte appello: “Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, che nessuno dorma tranquillo, che nessuno si sottragga a una preghiera, che nessuno declini le sue responsabilità”. Tutti i credenti dovrebbero accogliere l’appello della Chiesa milanese. Almeno questo e non un passo in meno. Pertanto certe espressioni, che si leggono qua e là sui social o si odono nei discorsi in pubblico, di chi plaude ai recenti naufragi – avvenuti quasi negli stessi giorni dei fatti thailandesi – e parla quasi con sollievo della morte di uomini, donne e bambini: “Cento di meno! Così imparano a stare a casa loro…”; ebbene, queste espressioni in un cristiano non possono e non devono trovare diritto di cittadinanza: nemmeno per un istante, nemmeno come – pessima – battuta… Queste frasi – dette o scritte – in realtà non devono trovare posto neppure in chi non è credente, perché corrodono quello che sta alla base della convivenza civile: il rispetto dell’altro. Commuoviamoci, allora, e gioiamo per la salvezza dei “cinghialotti” thailandesi. E impariamo da questa vicenda a sentirci più solidali con ogni persona che soffre e a lasciarci interrogare ed inquietare dalla sua sofferenza. Forse può sembrare poca cosa, ma è quel poco che fa la differenza.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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