Fra buonismo e cattivismo

La cattiveria non ha le dimensioni etiche necessarie a cui agganciare qualsiasi progetto politico. Il cattivismo può far accumulare consensi, ma nel lungo termine è decisamente dannoso

Per tantissimo tempo è stata definita “buonismo” l’azione di accoglienza e assistenza di rifugiati. Apparati dello Stato da una parte e mondo cattolico delle Caritas e del volontariato in generale dall’altra, seguono queste persone in una prima fase di soccorso e di inserimento nei centri di verifica di identità e dislocazione sul territorio nazionale.
Gli “ismi” sono sinonimi di ideologie e questa, in particolare, è fondata sull’idea di “bontà”. Ma le ideologie non si confrontano mai con i problemi concreti. Sono, infatti, pre-comprensioni della realtà, qualcosa che si impone su di essa senza capirla o interpretarla davvero. Nelle ideologie non c’è analisi e ricerca per progettare soluzioni vere; c’è invece un’idea precostituita e semplificata, in base alla quale si pensa di poter interpretare i fatti e governarli.
Antonio Polito, nel Corriere della Serra del 17 giugno scorso, scrive che “il buonismo pretendeva di combattere il traffico degli esseri umani lasciando passare gli esseri umani, che è un po’ come voler combattere il contrabbando dando una mano ai contrabbandieri”. In realtà, non è così banale: piuttosto direi che c’è stata una idea semplice, per cui si sono accolti coloro che fuggono da fame e violenza, forse senza un rigoroso governo del fenomeno. Un esempio possono essere quei personaggi che si sistemano davanti ai supermercati a chiedere l’elemosina, creando reazioni e dispetto tra la gente, mentre li si fa aspettare due anni e più per espletare pratiche di identificazione.
Sempre Polito, di fronte alla durezza degli interventi del ministro degli Interni per la vicenda Aquarius, per le Ong e i Rom, ha sottolineato che ora esplode il “cattivismo”.
Lui lo definisce “un disturbo bipolare della politica, perché divide il mondo in amici e nemici, e inibisce la capacità di includere, che è poi il fine ultimo della democrazia”. La base è la cattiveria diventata ideologia e così giustificata; anch’essa pre-comprensione della realtà e base per un malgoverno. Secondo questa impostazione, i rifugiati sono astuti invasori che fanno “crociere nel Mediterraneo”, che compromettono il benessere e la sicurezza delle popolazioni “indigene”. Non si vuole fare analisi sulle cause e sull’Europa colonialista, che per secoli ha creato situazioni di povertà, divisione e violenza proprio in quelle zone da cui ora la gente fugge. La cattiveria non ha le dimensioni etiche necessarie a cui agganciare qualsiasi progetto politico. Il cattivismo può far accumulare consensi, ma nel lungo termine è decisamente dannoso.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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