Un mondo “giovane” per i nostri giovani

Una società meno giovane vuol dire non solo problemi economici e di welfare (sarà sempre più difficile far quadrare i conti con spese di pensioni e di assistenza crescenti) ma vuol dire, soprattutto, una società meno pronta a guardare al futuro con la capacità di immaginare nuove strade, nuovi percorsi. Ai ragazzi e ai giovani che vivono nelle nostre case e nelle nostre piazze dovremmo lasciare un mondo “giovane”. All’anagrafe, con politiche di sostegno della natalità e della famiglia, ma soprattutto e prima ancora “giovane” perché capace di affrontare le sfide senza rinunciare all’umanità, senza chiudersi alla vita.

In queste settimane di giugno nelle strade dei nostri centri, grandi o piccoli, incontriamo spesso gruppi di ragazzi che rendono subito più vivace (qualcuno forse direbbe “anche troppo”) la nostra giornata. La scuola è chiusa e non c’è da studiare, in più con GrEst e Centri estivi di ogni tipo li vediamo impegnati a imparare – cose nuove, ma anche a stare insieme – divertendosi. Nella loro giovinezza c’è la giovinezza della nostra società, c’è il futuro dei nostri paesi, delle nostre città e campagne, perché loro sono gli adulti di domani. Cosa riceveranno in eredità dalla generazione dei loro genitori e dei loro nonni? L’Istat ci ha ricordato che in Italia nel 2017 sono nati meno di 500mila bambini e che oggi l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo con 169 anziani ogni 100 giovani. Di certo questi ragazzi, questi bambini, cresceranno in una società meno giovane di quella che abbiamo conosciuto noi. E meno giovani vuol dire non solo problemi economici e di welfare (sarà sempre più difficile far quadrare i conti con spese di pensioni e di assistenza crescenti) ma vuol dire, soprattutto, una società meno pronta a guardare al futuro con la capacità di immaginare nuove strade, nuovi percorsi. Cinquant’anni fa la “rivoluzione” del ’68 fece esplodere utopie, sogni e speranze.
Quale sia il giudizio dato a posteriori sui frutti di quegli anni resta comunque il fatto che furono gli anni del protagonismo dei giovani. Gli anni del cambiamento, del rinnovamento. Più vicine a noi negli anni anche le “primavere arabe“ ci parlano di società in cui la spinta al cambiamento viene dalle giovani generazioni che in alcuni paesi arrivano ad essere la metà della popolazione.
In questa situazione la prospettiva di un Paese “chiuso” nelle sue frontiere geografiche e culturali teso a difendere la “sua” identità nazionale, la “sua” economia da “invasioni” esterne la potremmo definire una fake news, una bufala, perché oggi non siamo più nel tempo della globalizzazione: l’abbiamo superato.
Oggi grazie alla tecnologia informatica viviamo in un mondo interconnesso con una capillarità che raggiunge i singoli cittadini e al tempo stesso il potere di chi gestisce queste “connessioni” supera non solo i singoli Stati ma anche le unioni di Stati. Le sfide che abbiamo dinanzi, dettate da questo “cambiamento d’epoca” chiedono, per essere affrontate, che le grandi potenze collaborino: dagli Stati Uniti alla Cina all’Europa all’India… Ma tutto questo non basterà se non si troveranno obiettivi fondati su valori forti e condivisi. Martedì Avvenire titolava l’editoriale dedicato alla notizia dei 2.000 bambini divisi a forza dai genitori alla frontiera degli Stati Uniti “I frutti marci della democrazia. I forzati al pianto”. Bambini detenuti e separati dai genitori in nome della difesa delle frontiere voluta da Trump. Occorre chiedersi quanto vale la vita umana? Vale di più se è bianca e occidentale? Vale di più se è sana e non ha difetti né malattie? Vale di meno se è di una cultura diversa dalla mia?
Ai ragazzi e ai giovani che vivono nelle nostre case e nelle nostre piazze dovremmo lasciare un mondo “giovane”. All’anagrafe, con politiche di sostegno della natalità e della famiglia, ma soprattutto e prima ancora “giovane” perché capace di affrontare le sfide senza rinunciare all’umanità, senza chiudersi alla vita.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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