Col setaccio della umanità

La verità non ha bisogno di giustificazioni. È la menzogna, semmai, che costruisce castelli e vi si trincera

foto SIR/Marco Calvarese

Ci sono storie che si fanno strada anche se marciano controcorrente. Così, la scorsa settimana, si sono fatte avanti tante vicende di migranti. Alternative rispetto alle usuali cronache che dipingono ben altri scenari. Per questo tanto più colpiscono: per quel racconto di ponti e non di muri.
In Italia è scivolata in fretta quella di Soumayla Sacko, 29enne del Mali, ucciso il 2 giugno a Vibo Valentia. Per il suo difendere gli immigrati sfruttati nei campi è stato definito il sindacalista. Da “Il Corriere della Sera” si è levata coraggiosa la voce di Pierluigi Battista che lo ha definito eroe. Senza paura ha affermato che in Italia è rinato lo schiavismo e, grazie a Sacko, non si può far finta di niente.
In Francia ha accolto facili plausi Mamoudou Gassama, 22 anni del Mali, che ha scalato a mani nude un palazzo per salvare un bambino. Promozione immediata del presidente Macron: da clandestino a pompiere.
Ci sono state altre storie da raccogliere, minori solo per lo spazio che hanno ottenuto.
Ritrae migranti l’udinese Luisa Menazzi Moretti nella mostra itinerante “I am” (Io sono) allestita il 25 maggio anche a Spilimbergo. Le loro vite fissate da uno scatto e una frase. C’è la senegalese Adama, una pentola di coccio sulle ginocchia: “Mio zio mi ha promessa sposa a un vecchio, avevo 14 anni. Sono scappata. La Libia è l’inferno. Mi piace cucinare e vorrei lavorare in un ristorante”. C’è Tresor, che viene dal Congo, una foto nel petto: “Ho due bambini. Avevo un terzo figlio, Tracy. È morto, scomparso nell’acqua. Anche mia moglie è morta”. E la nigeriana Joy: “Sono arrivati gli uomini di Boko Haram per uccidere noi cristiani. Sono scappata. Ora il mio bambino ha un anno”. In mano tiene una candelina azzurra.
Sono storie senza commento: la verità non ha bisogno di giustificazioni. È la menzogna, semmai, che costruisce castelli e vi si trincera.
È dei giorni scorsi la scelta della cuoca friulana Antonia Klugmann: ha rinunciato a Masterchef ma ha cucinato per 40 migranti incontrati nelle piccole unità familiari a Remanzacco (Udine). Entusiasta ha annunciato di volere quelli appassionati di cucina come tirocinanti nel suo ristorante stellato.
Anche don Ciotti ha fatto sentire la sua voce: “L’immigrazione non è reato, perché la speranza non può essere reato. Non si può perseguire la ricerca di una vita migliore”. Troppo facile legarla ora alla vicenda degli sbarchi e dei porti negati.
L’Occidente si spacca: o si chiude a difesa, o si apre e accoglie. Regna la contraddizione. Non solo in Italia.
Il 7 giugno i vescovi francesi hanno reso noto i risultati di una indagine commissionata per capire l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dei migranti e delle politiche migratorie. Risultato: la comunità cattolica francese è spaccata in due tra accoglienza e salvaguardia dell’identità: per il 47% degli interpellati l’identità va scomparendo e quindi va tutelata; per l’altro 47% è vero il contrario. Due opinioni da cui scaturiscono atteggiamenti antitetici. Non solo in Francia.
Il dato certo: il 2017 ha registrato 65 milioni di migranti. Come se si fosse mossa l’Italia intera. Un numero su cui non è possibile chiudere gli occhi, tanto che l’Onu ha in programma per settembre l’adozione di patto per una migrazione “sicura, ordinata e regolare”. Il fenomeno è travolgente, chiede a ciascuna società, spaccata tra cuore e risorse, di essere più inclusiva. Nella indiscussa difficoltà di esserlo. Ma anche con la franchezza di porsi, uomo davanti ad uomo, con il solo setaccio dell’umanità.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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