#MacerataLoreto18: il pellegrinaggio degli ultimi

Il pellegrinaggio a piedi dalla Città della Pace a Loreto proposto da Comunione e Liberazione ha compiuto un minuscolo ma incisivo miracolo: restituire a questa terra, laboriosa, tenace eppure fiaccata dalle scosse, dalla paura e dalla crisi un barlume di vita nuova. Di rinascita, nel cuore di ciascuno anzitutto. Fedeli, non credenti, connazionali, stranieri. Sono quaranta gli anni di cammino che il vescovo emerito di Fabriano-Matelica, mons. Giancarlo Vecerrica, può vantare come ideatore della proposta, guidando nella notte, con dolcezza e fermezza grazie all'aiuto dei suoi collaboratori e di migliaia di volontari, i centomila pellegrini giunti da ogni parte d'Italia e dall'estero - Svizzera, Croazia, Lussemburgo, oltre a Kenya e Brasile -, per prendere parte non ad un semplice atto devozionale, bensì ad un evento che interpella e scomoda il desiderio dell'umano

Ce ne era bisogno. Di un gesto di fede e di amicizia capace di tradurre la fatica in gioia, la stanchezza in attesa, il dubbio in fiducia. Le Marche, dopo il violento sisma del 2016 e i recenti, tragici fatti che hanno insanguinato Macerata, sabato notte, tra le dolci colline che ne disegnano il paesaggio, hanno respirato il profumo di una fratellanza pulita, passo dopo passo. Il pellegrinaggio a piedi dalla Città della Pace a Loreto proposto da Comunione e Liberazione ha compiuto un minuscolo ma incisivo miracolo:

restituire a questa terra, laboriosa, tenace eppure fiaccata dalle scosse, dalla paura e dalla crisi un barlume di vita nuova.

Di rinascita, nel cuore di ciascuno anzitutto. Fedeli, non credenti, connazionali, stranieri. Sono quaranta gli anni di cammino che il vescovo emerito di Fabriano-Matelica, mons. Giancarlo Vecerrica, può vantare come ideatore della proposta, guidando nella notte, con dolcezza e fermezza grazie all’aiuto dei suoi collaboratori e di migliaia di volontari, i centomila pellegrini giunti da ogni parte d’Italia e dall’estero – Svizzera, Croazia, Lussemburgo, oltre a Kenya e Brasile -, per prendere parte non ad un semplice atto devozionale, bensì ad un evento che interpella e scomoda il desiderio dell’umano. “Che cercate?”: alla domanda evangelica, scelta come titolo per l’appuntamento di quest’anno, tra canti tradizionali, decine del Rosario meditate e le più disparate, vicine o lontane intenzioni di preghiera invocate tra litanie in grado di avvicinare la Madonna alle esperienze di vita concreta, hanno risposto in particolare i giovani, veri protagonisti dell’edizione 2018 in vista del Sinodo dei vescovi fissato per ottobre.

L’attesa telefonata di Papa Francesco tra applausi da stadio. Che splenda il sole o cada la pioggia, ogni volta lo stadio maceratese Helvia Recina sa trasformarsi in un immenso, variopinto scenario che accoglie decine di migliaia di famiglie, ragazzi e disabili radunati per l’Eucaristia che precede il cammino verso la Santa Casa di Loreto. E così è stato anche per questo 9 giugno appena trascorso, dove a dare il benvenuto ai pellegrini è stato il vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, mons. Nazzareno Marconi, che ha voluto riportare alla memoria le parole con cui san Giovanni Paolo II, ospite al pellegrinaggio nel 1993, definì Civitas Mariae, con cui viene appellato il capoluogo maceratese, come “un titolo impegnativo da conservare con sobrietà, accoglienza e servizio”. “Sant’Agostino – ha esordito Marconi – diceva che la preghiera inizia contemplando Cristo e poi chiedendo a Dio ciò di cui abbiamo bisogno: cari giovani, domandatevi cosa cerca davvero il vostro cuore, apritelo al Signore e indirizzatelo al vero bene”. E, sempre alla gioventù figlia di questa attualità confusa, si è rivolto il card. Marc Ouellet, concelebrando la messa assieme agli altri vescovi e arcivescovi della Conferenza episcopale marchigiana. Il prefetto della Congregazione per i vescovi ha ribadito che,

“in mezzo a tante risorse tecnologiche ed educative, a infinite possibilità che sembrano aprire tutte le strade, i ragazzi e le ragazze incontrano spesso muri, vuoti, solitudine e smarrimento, come Chiesa non resta che portare nel cuore questa consapevolezza: che i giovani hanno bisogno di appoggio, di solidarietà e di mani tese per dare lavoro, amicizia e senso alle loro vite”.

A suscitare l’applauso più fragoroso, però, è stata un’attesa telefonata, che forse al sesto anno non rappresenta più una sorpresa ma riesce, comunque, a catturare anima e smartphone. Dall’altro capo, la voce paterna di Papa Francesco, che benedice i partecipanti e ricorda loro: “La vita è un cammino in cui, ogni giorno, bisogna guardare avanti compiendo un passo in più. È un bel segnale vedere così tanti ragazzi mettersi in movimento, perché la gioventù deve cercare l’orizzonte della felicità. E la felicità non è un bene che si può comprare al supermercato, ma è qualcosa che nasce dall’amare il prossimo e dall’essere amati”.

La storia di Frank, migrante quindicenne “due volte salvato da Dio”. Proprio come è accaduto al quindicenne nigeriano Frank, che assieme al coetaneo Uwa, prima di compiere l’intero pellegrinaggio ha testimoniato la propria odissea di migrante accolto nella nostra patria. Partito dalla Nigeria passando per la Libia in cerca di un futuro migliore, il giovanissimo racconta che due anni fa su quella barca “della salvezza” lui in realtà ha chiuso gli occhi per la paura, “riuscendo solo a pregare il Signore di non morire”.

Oggi Frank e Uwa vivono a Termini Imerese, integrati in quel fazzoletto di Sud che li ha fatti sentire “benvenuti”, orientati verso un “orizzonte più luminoso, migliore” e protetti da un Dio che li ha “salvati due volte” donando loro una vita nuova.

“In questa giornata speciale – conclude Frank rivolgendosi al Comitato organizzatore di Cl – sono commosso perché avete invitato qui proprio noi e perché so che avete fatto di tutto perché noi potessimo venire. Ho capito che la vita è cercare sempre questo amore, ma è bella e felice quando capisci che questo amore ti viene sempre a cercare, proprio come avete fatto voi”.

Nella notte una tavolozza di esperienze che colorano la vita. È stato dunque il pellegrinaggio di chi, sulla propria pelle, sperimenta l’angoscia dell’abbandono “mitigata” dal conforto dell’accoglienza costruita sui valori, e di chi, come la giornalista e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan, “cerca la pace nel cuore, per la mia Siria e la mia Italia, perché, specialmente in questo pellegrinaggio notturno, siamo tutte gocce di un fiume umano che cerca la luce di Dio”. È stato, indubbiamente, il cammino degli adolescenti e degli studenti che si preparano agli esami di maturità come il diciottenne Davide di Ascoli, che non si vergogna del proprio essere cristiano, nonché dei sacerdoti chiamati a sostenere la loro crescita. A farsene portavoce, una figura d’eccezione come don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei, il quale ha scandito con schiettezza le priorità da attuare. “Preghiamo con dedizione per i giovani – ha detto – ma anche per gli adulti e per le loro responsabilità a cui hanno abdicato, affinché la forza di Dio accenda gli animi dei genitori, dei preti e degli insegnanti a cui spetta un delicato ruolo educativo”. Tra toccanti testimonianze di sofferenze fisiche e morali, di gravi malattie, di perdite o di piccole, grandi “risurrezioni” sgorgate da una grazia ricevuta, #MacerataLoreto18 è stato poi il pellegrinaggio delle madri. Come Daniela, imprenditrice di Monteurano, che si rimette ogni anno in cammino per ringraziare la Vergine Maria che, più volte, ha prodigiosamente protetto i suoi figli. Come Marta, giovane mamma della Pars, che prega “per tutti i ragazzi strappati dal morso della droga”. Come Alessandra, la madre di Pamela Mastropietro, barbaramente trucidata a Macerata nel gennaio scorso. È stato, però, più di tutti, il pellegrinaggio degli ultimi. Gli stessi a cui, più volte, si rivolge nelle ore più buie mons. Vecerrica, per tutti “don Giancarlo”, che in coda alla peregrinatio, diventano i primi, ossia coloro che portano la statua della Madonna di Loreto fin sul sagrato della basilica. Gli stessi citati nella notte da don Aldo Bonaiuto (Comunità Papa Giovanni XXIII), che incoraggia tutti a farsi carico dei valori insegnati dal Vangelo e

“a non dimenticarsi degli emarginati, dei poveri che attendono il nostro sguardo ai crocicchi delle strade, delle donne sfruttate, dei bambini maltrattati, invocando l’aiuto di Maria che, come ogni mamma affettuosa, asseconda i nostri bisogni”.

Infine, a condurre questo popolo esausto ma festante all’alba di un nuovo giorno spicca la voce di Nadia, una semplice pellegrina che, “dopo essere morta dentro a causa del fallimento dei propri progetti di vita personali” non smette di ripercorrere “liberamente” questi 28 chilometri: è qui difatti che ha sperimentato la vera “pienezza dell’esistenza”. Tanto significativa quanto essenziale. In fondo, come attesta lei stessa, “non serve essere eroi, santi o atleti” perché quello del pellegrinaggio è “un gesto semplice”. Pronto a ripetersi, con uno stupore ancora maggiore, l’8 giugno del prossimo anno.

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