L’Italia tra statisti e politici

Se la maggioranza Cinquestelle-Lega non decollerà e non sarà in grado di dar vita ad un governo politico, allora toccherà al professor Carlo Cottarelli, dare vita ad un governo “neutrale” in grado di prendere le decisioni urgenti e portare il Paese a elezioni a fine estate o in autunno. E lì avverrà la vera resa dei conti.

“Il politico è qualcuno che pensa alle prossime elezioni, lo statista pensa alla generazione futura. Il politico pensa al successo del suo partito, lo statista al bene del suo Paese. Il politico si premura di adottare l’una o l’altra misura, lo statista di stabilire l’uno o l’altro principio. Lo statista si premura di dare un indirizzo, il politico si accontenta di lasciarsi spingere dal vento”.
È la storia, a posteriori, a dire chi si è comportato da statista e chi da politico. Tuttavia, se volessimo assumere i criteri proposti (a metà Ottocento e pur così moderni) dal filosofo americano James Freeman Clarke, come strumento di discernimento nel caos della politica italiana di questi mesi, non faremmo fatica a distinguere gli “statisti” dai “politici”.
Tra i primi collocherei, senza se e senza ma, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Molti non condivideranno questa valutazione, ma è davvero arduo sostenere che le scelte di Mattarella siano dettate da motivazioni di parte e non dall’interesse del Paese e di tutti gli italiani. Il presidente non è esente da errori, ma il suo primo compito è di applicare la Costituzione. Compreso l’articolo 92 che recita: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. E questo, come a suo tempo l’illustre predecessore Luigi Einaudi, ha fatto Mattarella. Con il potere conferitogli dalla Costituzione e che lo stesso Di Maio, il 23 maggio, riconosceva testualmente: “i ministri li sceglie il presidente della Repubblica” (parole scritte e filmate, facilmente rintracciabili in internet).
Tra i “politici” collocherei tutti, o quasi, gli attuali leader dei partiti. Dai ridimensionati leader del Pd e di Forza Italia, ai due, Di Maio e Salvini, autoproclamatisi vincitori delle elezioni del 4 marzo. Ma che vincitori non sono, dal momento che nessuno dei due ha la maggioranza in parlamento. Maggioranza che hanno cercato di comporre alleandosi fra loro e scegliendo come premier un signor nessuno (sia detto con rispetto, ma prima d’oggi nessuno sapeva chi fosse), l’avvocato professore Giuseppe Conte, mai eletto in Parlamento e per questo senza margini di movimento se non quella di mero esecutore di un contratto steso e firmato da altri senza la sua partecipazione.
Il tentativo è fallito. Formalmente perché il presidente della Repubblica si è rifiutato di firmare la nomina di un ministro ottantaduenne, dichiaratamente antieuro. Nella realtà perché i due leader politici che ne avevano costruito a tavolino programma e compagine ministeriale non l’hanno voluto più. O, almeno, non come l’avevano ufficialmente presentato e congegnato. Perché è inspiegabile che due capi politici mandino all’aria un difficilissimo lavoro di cucitura fatto ormai al 99 per cento per l’impuntatura sul nome di un ministro. Uno dei mantra di Salvini, è bene ricordarlo, era proprio questo: i nomi non contano, conta solo il programma.
O forse è proprio questo il punto: quello dell’euroscettico Savona al ministero dell’Economia e del Tesoro non era “un” nome, era “il” programma. Quello vero, non scritto nel contratto, non raccontato con chiarezza in campagna elettorale, ma da perseguire con il nuovo governo: l’uscita dall’euro e dall’Europa.
Mattarella ha smascherato il giochetto. “Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani – ha spiegato – se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”.
È sotto gli occhi dell’intera opinione pubblica, anche di quella ora eccitata all’insulto e alla “marcia su Roma” il 2 giugno, che per consentire il risultato della nascita del “governo politico” gialloverde, Mattarella, con infinita pazienza, ha concesso a pentastellati e leghisti tutto il tempo che gli hanno richiesto.
Dietro il fallimento del tentativo di formare un governo, emerge un dato politico: il meno forte ma più navigato dei due leader, Matteo Salvini (17%), è riuscito a imporre al più forte, Luigi Di Maio (32%), non solo il ritorno alle urne, ma anche il tema della prossima campagna elettorale. Che non sarà più incentrata su promesse mirabolanti e irrealizzabili, come il reddito di cittadinanza e la flat tax, ma su un drammatico aut-aut: “Europa sì-Europa no”, “Euro sì-Euro no”.
L’impuntatura sul nome di Savona, appare soprattutto come un pretesto per far saltare in aria la XVIII legislatura. Arrivando a chiamare questo pretesto “attentato alla Costituzione” quando si direbbe più che altro un attentato all’intelligenza degli italiani e ai loro portafogli. Perché in gioco dietro slogan e facilonerie sull’Unione europea, sull’Euro (che è anche la nostra moneta) e sul debito pubblico (che è tutto nostro e non è certo responsabilità dell’Europa) ci sono davvero i risparmi delle famiglie, il lavoro e lo sviluppo delle nostre aziende.
Nelle ultime ore, a fronte del crollo della Borsa e dell’esplosione dello “spread”, (che non è un inganno della grande finanza o della Germania, ma un sensibilissimo termometro della fiducia degli italiani stessi – che detengono il 70% di tutti i titoli dell’imponente debito nazionale – verso il loro stato cui hanno affidato i propri risparmi), l’ipotesi di un governo politico Cinquestelle-Lega, sembra aver ripreso quota.
Sapremo questa mattina, giovedì 31 maggio, se questo secondo tentativo può davvero andare in porto. Se così sarà ben venga, perché l’Italia ha urgenza di un governo. Se politico meglio. Con un programma chiaro, un premier autorevole perché votato dagli italiani, una squadra di ministri altrettanto autorevole ed affidabile, scelti nel rispetto delle norme costituzionali e delle prerogative che la Costituzione riserva al capo dello stato. Se la maggioranza Cinquestelle-Lega non decollerà e non sarà in grado di dar vita ad un governo politico, allora toccherà al professor Carlo Cottarelli, dare vita ad un governo “neutrale” in grado di prendere le decisioni urgenti e portare il Paese a elezioni a fine estate o in autunno. E lì avverrà la vera resa dei conti.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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