Amici o schiavi della tecnologia?

La rivoluzione della comunicazione sembra aver creato qualche problema ai suoi fruitori, ovvero a tutti noi. E le ricadute non sono difficili da immaginare: diventiamo nervosi se ci accorgiamo di non essere in grado di raggiungere gli altri, di comunicare con l'ufficio, con i figli, il marito. Trasformare un telefonino o un computer in un veicolo vitale per parlare agli altri, per essere presenti all'interno della nostra comunità è il più grande errore che la nostra epoca può provocare.

Ce lo saremo chiesti talmente tante volte… quando il cellulare comincia a scaricarsi, quando non ci si riesce a collegare a internet, quando è difficile telefonare. La rivoluzione della comunicazione, insomma, sembra aver creato qualche problema ai suoi fruitori, ovvero a tutti noi. E le ricadute non sono difficili da immaginare: diventiamo nervosi se ci accorgiamo di non essere in grado di raggiungere gli altri, di comunicare con l’ufficio, con i figli, il marito.
A ben pensarci, però, i passi in avanti che la tecnologia ci ha consentito, rappresentano il modo migliore per non restare soli, per essere sempre in contatto anche con i familiari lontani o con coloro che hanno bisogno di farci sapere qualcosa che riguardala nostra vita. Il vero tema, il nodo focale è che bisogna essere in grado di considerare la tecnologia come uno strumento da utilizzare quando necessario, un po’ come il martelletto rosso che si trova in treno e accanto al quale è specificato: usare solo in caso di emergenza.
Trasformare un telefonino o un computer in un veicolo vitale per parlare agli altri, per essere presenti all’interno della nostra comunità è il più grande errore che la nostra epoca può provocare. E lo dimostra uno specifico disturbo comportamentale nato proprio per identificare la dipendenza dai telefoni cellulari e più in generale dagli strumenti tecnologici.
Sarebbe troppo facile pensare che bisogna disfarsene; il vero obiettivo deve essere quello di usarli con attenzione, con giudizio perché le ricadute negative non fanno differenza di età né di fascia sociale: si diventa dipendenti sia da ragazzi che da adulti, sia da professionisti che da disoccupati. E così si guardano i film al computer, si scaricano i brani musicali, si leggono i libri, si consultano i testi scolastici. Comodo? Sintomo di pigrizia mentale? Gli interrogativi si sprecano, ma il risultato è che questa società, che Zygmunt Baumann definì liquida, è oggi sempre più virtuale, concentrata su un desktop (che a sua volta proietta immagini esotiche, avventurose o romantiche) e spaventata dal contatto umano.
E allora? Bisogna disintossicarsi? Il metodo, probabilmente, è più semplice di quanto si creda, anche se complicato da attuare: basta guardarsi intorno e rientrare progressivamente nella vita di tutti i giorni, lasciando che il cellulare si scarichi e resti (spento) collegato alla presa elettrica, mentre si impara di nuovo a chiacchierare, a fidarsi del prossimo, ad ascoltarlo.
Il film si andrà a guardare al cinema, con la magia del buio in sala e delle poltrone confortevoli. I libri si sfoglieranno e acquisteranno in libreria, con calma e umana curiosità. E ai familiari, ogni tanto, si scriverà una lettera, di quelle che non si usano più con tanto di busta e francobollo. Il salto nel buio è profondo, forse preoccupante, ma il premio in palio è quello di riappropriarsi della propria esistenza e di diventare alleati della tecnologia.

(*) direttrice “Logos” (Matera-Irsina)

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