Un contratto per il cambiamento?

In questi giorni “sembra” che il Governo stia per prendere forma, anche se – nel momento in cui scriviamo – i giochi non sono per nulla fatti. Se nascerà, avrà davanti a sé un compito arduo. Non basteranno gli slogan o i proclami della campagna elettorale per risolvere i problemi reali del Paese. C’è solo da augurarsi che il confronto con la realtà – che non fa sconti – e la saggezza di chi ha un ruolo istituzionale aiutino a traghettare il Paese, in questo momento così delicato, verso sponde più sicure, tenendo ben chiaro davanti a sé l’interesse di tutti i cittadini, non solo quello del proprio partito

(Foto: Quirinale)

La lettura delle 57 pagine del “Contratto per il governo del cambiamento” di Lega e Movimento 5 Stelle è un esercizio utile, sotto diversi profili. Chi lo ha scritto – bisogna riconoscerlo – ha avuto l’attenzione e la capacità di redigere un testo piuttosto scorrevole che molti possono comprendere: non solo i tecnici. Andando oltre la forma, come tutte le cose anche questo Contratto presenta luci e ombre.

Partiamo dal fatto che è un “contratto”, con tanto di firme autenticate di Di Maio e di Salvini. Già questo semplice dato rivela che le due forze politiche sono perfettamente consapevoli di partire da punti di vista distanti e sanno di poter trovare delle linee comuni solo “contrattualizzando” ogni singolo obiettivo e ogni singola strategia. Facendo un’analisi del testo, frase per frase, non sarebbe difficile individuare il singolo contributo grillino e quello leghista.

Uno dei punti più controversi è il primo (Il funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari) che esplicita la finalità e la modalità di funzionamento del Contratto. Il ruolo del Governo sembra defilato, quasi come si trattasse di un semplice esecutore materiale. Sempre in questo primo numero, si legge che le divergenze che si potranno creare in futuro tra Lega e M5S nell’attuazione del Contratto saranno regolate da un “Comitato di conciliazione”: un’ulteriore entità, diversa dal Governo, la quale sarà chiamata a dirimere le eventuali tensioni. Tutto ciò pone degli interrogativi di incostituzionalità.

Non spetta forse al primo ministro il compito della mediazione tra le forze politiche della maggioranza? Non spetta a lui presentare al Parlamento il “suo” programma di governo e chiarire come intenda attuarlo? Non è un caso che lunedì scorso Mattarella, sia a Di Maio sia a Salvini, abbia letto per intero l’articolo 95 della Costituzione, che recita: “Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.

La parte restante del Contratto è costituita di 29 punti, che – disposti in ordine alfabetico – affrontano una serie di temi considerati le priorità d’azione del futuro Governo: si comincia dalla A (acqua pubblica) e si finisce con la U (università e ricerca). Complessivamente si colgono, in modo molto netto, un messaggio di discontinuità rispetto ai governi precedenti e la volontà di avviare un profondo cambiamento della Nazione: un “Governo per il cambiamento”, appunto. Su tanti temi è difficile non essere d’accordo. Molti problemi messi sul piatto sono veri (come l’eccessivo prelievo fiscale o la pesantezza della macchina burocratica) e tante delle realtà citate necessitano di un rilancio (l’agricoltura, il turismo, la scuola…). Verrebbe quindi da salutare con positività questa forte spinta verso l’innovazione, il cambiamento e la trasformazione, che emerge a ogni pagina del Contratto.

Alcune questioni delicate, come il rapporto con l’Europa, appaiono mitigate rispetto a quanto si è sentito in campagna elettorale: nel Contratto non c’è nessuna velleità (dichiarata) di uscire dall’Euro, anche se si vuole far sentire di più la voce dell’Italia in Europa (volontà, a onor del vero, espressa anche da altre forze politiche più dichiaratamente europeiste). Senza dubbio è uno strappo rispetto alla politica estera precedente la posizione pro-Russia che il Contratto chiaramente assume, ignorando le questioni spinose ancora tutte aperte ai confini con l’Ucraina. Altri punti caratteristici del Contratto – come da campagna elettorale – sono il reddito di cittadinanza, la revisione (anzi lo “stop”) della riforma Fornero, l’abbassamento delle tasse… Si resta sul vago su come reperire i finanziamenti per attuare questo ambiziosissimo programma, che tocca punti nevralgici della vita del nostro Paese. Persino un inesperto di finanza obietterebbe subito che non è sufficiente ottimizzare le spese e tagliare gli sprechi per realizzare le riforme proposte. Anche l’ipotesi della flat-tax (un’aliquota fissa di tassazione tra il 15 e il 20 per cento) pone seri dubbi di sostenibilità. Forse il programma potrebbe essere attuato “spalmando” le riforme in più legislature, ma ciò richiederebbe non solo un “contratto” bensì una vera e propria “alleanza” a lungo termine tra i due partiti.

In questi giorni “sembra” che il Governo stia per prendere forma, anche se – nel momento in cui scriviamo – i giochi non sono per nulla fatti. Se nascerà, avrà davanti a sé un compito arduo. Non basteranno gli slogan o i proclami della campagna elettorale per risolvere i problemi reali del Paese. C’è solo da augurarsi che il confronto con la realtà – che non fa sconti – e la saggezza di chi ha un ruolo istituzionale aiutino a traghettare il Paese, in questo momento così delicato, verso sponde più sicure, tenendo ben chiaro davanti a sé l’interesse di tutti i cittadini, non solo quello del proprio partito.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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