Un passo da compiere

La Commissione Episcopale per le Migrazioni della Cei ha reso nota una lettera dall’eloquente titolo: "Comunità accoglienti. Uscire dalla paura"

foto SIR/Marco Calvarese

Dopo mesi di campagna elettorale, in cui di immigrazione si è molto parlato in termini di respingimenti, sulla questione sono intervenuti i vescovi italiani. Nel giorno di Pentecoste, con un documento pacato quanto documentato, la Commissione Episcopale per le Migrazioni della Cei ha reso nota una lettera dall’eloquente titolo: “Comunità accoglienti. Uscire dalla paura”.
Tornano sul tema dopo venticinque anni, tanto il tempo passato dal documento precedente “Ero forestiero e mi avete ospitato” (1993). Visto il vento che soffia, la posizione dei vescovi non è una captatio benevolentiae. Le loro parole vanno piuttosto contro, o meglio incontro, al comune sentire così allarmato da propendere per i muri più che per gli incontri.
Ripartono dalla domanda, ripresa dalla Genesi, di Papa Francesco a Lampedusa: “Caino, dov’è tuo fratello?”. Sentirsela rivolgere fa lo stesso effetto della prima volta: un discreto fastidio. Caino si schernì: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Noi ci difendiamo: “Non possiamo mica salvarli tutti”.
Per vincere propagande e ritrosie, la lettera fotografa – statistiche alla mano – i dati reali di quello che riconoscono un “fenomeno sorprendente nel suo incremento”.
Numeri, non slogan: nel 2016 in Italia gli immigrati hanno raggiunto i 5 milioni (l’8,3% della popolazione). Sono donne per il 52,6% dei casi, ma anche bambini e giovani: nel 2016 infatti sono arrivati 25 mila minori stranieri non accompagnati.
Oltre il 59% di essi viene da un Paese dell’Unione o dai Paesi degli Stati europei Nord orientali. Sei su dieci risiedono al Nord. Non tutti “stanno a guardare”: tra gli immigrati ci sono 2,4 milioni di lavoratori e 550 mila imprenditori.
La lettera ricorda che in Italia si assiste ad uno strano fenomeno: da una parte arrivano forze nuove, dall’altra altrettante ne escono. Sono 5 milioni gli immigrati come 5 milioni sono gli emigranti. Medesimo l’obiettivo: cercare altrove lavoro e sistemazione.
Riprendendo il Messaggio di Francesco per la Giornata del Rifugiato e del Migrante – nel quale invitava “gli uomini e le donne di buona volontà” a rispondere a questa sfida “con generosità, saggezza e lungimiranza” – i vescovi raccomandano: “Siate premurosi nella ospitalità”. Invitano a dar vita a “processi educativi che vadano al di là dell’emergenza”, capaci di andare “verso l’edificazione di una società plurale, costruita sulla fraternità e sul rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona”.
È una chiamata al coraggioso passo che porta “dalla paura all’incontro”. Ricordano che la paura è doppia: c’è quella di chi arriva in un mondo totalmente estraneo e c’è quella di chi si trova ad accogliere sconosciuti di modi e culture molto distanti. Paure che sono pur “legittime e pienamente comprensibili”. Ma, citando Francesco ammoniscono: “Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte”.
Solo una via può vincerle: l’incontro, la conoscenza, l’intreccio di una relazione: “E’ un cammino esigente e a volte faticoso”, ma è l’unico che – se mira alla reciproca conoscenza e non alla uniformità – “porta al camminare insieme”. L’unico capace di andare “dalla relazione alla interazione”.
La lettera si chiude con le parole del cardinale e teologo Jean Danielou: “La civiltà ha fatto un passo decisivo, forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero da nemico è divenuto ospite”. Ed è a questo passo che invitano.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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