Una preghiera per la pace in Siria

Di fronte all'ennesimo episodio che divide il mondo sul da farsi, l'appello per una Giornata di preghiera e di riflessione giunge come il richiamo a una presa di coscienza. Viene dalla nostra Assisi, terra di pace, terra di Francesco, e si celebra venerdì 27 aprile: "Affinché tacciano le armi e si riapra il dialogo". Una Giornata voluta dal vescovo di Assisi e dalla famiglia francescana a cui molti hanno aderito. Assisi si fa strumento di pace e si offre come luogo di incontri

Le immagini le abbiamo viste tutti, anche se una parte del mondo dice che sono false, la costruzione di una verità altra al fine di piegare le opinioni alla volontà di chi smania per un intervento armato in Siria. Capire dove sta la verità è diventato – pur in un’epoca di foto, film e dirette dalla guerra – difficile. Lo è nel caso delle armi chimiche usate, o no, a Douma.
Comunque sia, questo non è che uno dei tanti attacchi di cui abbiamo visto le conseguenze. La Siria, culla di fede e cultura, è ridotta a un cimitero di palazzi sventrati, gli unici testimoni della tragedia. Come se i morti, una volta seppelliti, sparissero dalla memoria collettiva.
I numeri di sette anni di guerra però restano: i morti vanno dai trecentomila al mezzo milione, i feriti da un milione e mezzo ai due, i profughi sono circa sei milioni. Le vittime? Una nazione intera e la sua gente. Il grado di distruzione è talmente elevato che, anche nei territori liberati dall’Isis, il ritorno dei civili è reso impossibile dal nulla rimasto.
Ecco perché, di fronte all’ennesimo episodio che divide il mondo sul da farsi, l’appello per una Giornata di preghiera e di riflessione giunge come il richiamo a una presa di coscienza. Viene dalla nostra Assisi, terra di pace, terra di Francesco, e si celebra venerdì 27 aprile: “Affinché tacciano le armi e si riapra il dialogo”. Una Giornata voluta dal vescovo di Assisi e dalla famiglia francescana a cui molti hanno aderito.
Assisi si fa strumento di pace e si offre come luogo di incontri. Di più: è stata pure inviata una lettera alle Nazioni Unite: “Le sofferenze e i lutti, che anche gli organismi sovranazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità hanno documentato a Ghouta e Douma, interpellano fortemente le nostre coscienze e non ci permettono di restare indifferenti e in silenzio di fronte all’odio che distrugge la vita soprattutto dei più piccoli”.
Ma il mondo ha la memoria corta: si commuove e dimentica. È successo nell’agosto 2016 con Omran Daqneesh, il bambino siriano estratto vivo dalle macerie dopo un bombardamento ad Aleppo. Seduto in un’ambulanza, disorientato, gli occhi fissi nel vuoto: una statua di polvere dal volto insanguinato.
È successo a settembre del 2013 con Aylan Kurdi, altro bambino siriano in fuga dalla tragedia della guerra, naufragato e trovato morto annegato su una spiaggia della Turchia. Stessa sorte per il fratellino Galip.
Di fronte al continuare di lutti e pianti il mondo diplomatico non trova unità di intenti, anzi le relazioni internazionali si ingarbugliano su un pericoloso gioco di accuse e controaccuse, mosse e contromosse.
Sul fronte della Chiesa l’intento è invece unico. Il patriarca di Mosca, Kirill, ha fatto sapere di aver parlato con Papa Francesco e tutti i Patriarchi ortodossi del Medio Oriente, con il patriarca ecumenico Bartolomeo, con Teodoro di Alessandria, con Giovanni di Antiochia e Teofilo di Gerusalemme. Obiettivo: operare per un dialogo costruttivo, perché “il messaggio della Chiesa al mondo è sempre legato alla proclamazione della pace tra i popoli e la giustizia”.
La Giornata di preghiera del 27 non è rivolta tanto alle Nazioni Unite e i grandi del mondo – hanno già i loro appuntamenti – quanto a ciascuno di noi. Aderire è invocare la pace, per non scordare Omran, Aylan e tutti gli altri 27mila bambini siriani, vittime delle guerra degli adulti.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

Altri articoli in Territori

Territori