La tragedia alla Ecb: il lutto della città

Due lavoratori morti nell’esplosione di un essiccatoio

Morire sul lavoro è qualcosa di umanamente inaccettabile, insopportabile: si ha quasi una reazione di intolleranza all’udire e al leggere certe tragedie, ci si ribella poiché si associa giustamente il lavoro – mezzo fondamentale di sostentamento – al concetto di sicurezza – presidio connesso indispensabile – per cui l’equazione lavoro-sicurezza, intesa anche come salute, dovrebbe di per sé cancellare ogni timore al riguardo. Purtroppo permane quel ‘dovrebbe’, cadendo il quale – per motivi accidentali, per responsabilità supposte o oggettive, per disattenzione o per infinite cause – l’incidente, accadendo, provoca morti, ferimenti o situazioni di permanente infermità.
Tuttavia morire nel giorno di Pasqua, distinto dal riposo e dalla fabbrica chiusa, mentre l’intervento d’emergenza mirava a chiarire problematiche di miasmi, è ancor più rattristante e profondamente doloroso, sempre che le due aggettivazioni non appaiano parole sospese nella gravità della tragedia che ha spezzato due vite generose: altre vittime delle cosiddette morti bianche.
Eccoci a parlarne, con il cuore nel dolore per una disgrazia in casa nostra e di fronte a due lavoratori recatisi in azienda con senso di dovere e di responsabilità per eseguire controlli ad un impianto: lo hanno fatto rinunciando – speravano temporaneamente – alla serenità della vita familiare in una speciale giornata di festa. Ma si sa, quando i controlli urgono, sollecitati da segnalazioni esterne, non si guarda se è Pasqua o Ferragosto, si interviene. Così è avvenuto. Le conseguenze sono state tragiche: un’esplosione letale. Perché? E’ la domanda di tutti.
Siccome spetta alla magistratura tramite le perizie tecniche stabilire cause ed eventuali responsabilità, il giornalista qui si limita a svolgere riflessioni non sulle circostanze della disgrazia (competenza delle indagini) bensì sul discorso inquietante degli incidenti sul lavoro trasformati in tragedie.
I sindacati chiedono accertamenti e deplorano il ripetersi di drammi così laceranti, i politici riaffermano ‘basta’, l’opinione pubblica osserva con sgomento. Il problema è di tutti, in ogni attività si cela l’insidia: è una lotta costante, ma le tragedie si ripetono. Altro perché, purtroppo rinnovato di volta in volta.
Esaminando i dati resi noti dall’Osservatorio indipendente di Bologna, si resta annichiliti. Sono state 632 le vittime nel 2017, quasi due al giorno nel territorio nazionale: e nei primi tre mesi del 2018 già 151, superiori di diciotto unità allo stesso periodo del 2017. Si tratta di dati che non contemplano altre vittime, per esempio quelle della strade; il numero in tal caso salirebbe a 1.400 vittime l’anno.
Al di là dei numeri sconvolgenti restano l’angoscia delle famiglie colpite e il rinnovato allarme per una terribile catena che pare inarrestabile.
Cosa è possibile fare? Se è vero che «il Paese non può rassegnarsi a subire morti sul lavoro» – ha detto il Presidente Sergio Mattarella all’indomani della sciagura a Livorno – è quanto mai ‘indispensabile – ha aggiunto – «che le norme sulla sicurezza nel lavoro vengano rispettate con scrupolo e che i controlli siano attenti e rigorosi».
Dunque, come non ci si può – né ci si deve – rassegnare, così diventa categorico l‘imperativo ‘sicurezza’: è una sfida per la vita.
Nella storia di Treviglio non si ricorda una sciagura sul lavoro di queste dimensioni: ce ne sono state purtroppo altre, per esempio a Caravaggio (Veneto Mineraria), uno scoppio in via Veneto, l’esplosione molti anni fa al casello di via Pontirolo.
In così pesante momento di lutto, resta forte la partecipazione alla preghiera invocata ed espressa dall’arcivescovo monsignor Mario Delpini durante la celebrazione pasquale, una preghiera che sale dal cuore di tutti, trevigliesi e casiratesi, per le vittime – due ottime persone, sorprese dalla morte nel momento del dovere e della generosa dedizione – e per i loro familiari. Sia di possibile conforto per questi ultimi sapere che l’intera comunità trevigliese si stringe loro attorno con l’amore solidale di fratelli parimenti colpiti.

(*) direttore “Il Popolo” (Treviglio)

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