Domande “giovani”

Per la prima volta, a firmare i testi della Via Cucis che il Venerdì Santo Papa Francesco ha presieduto al Colosseo sono stati dei giovani

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Per la prima volta, a firmare i testi della Via Cucis che il Venerdì Santo Papa Francesco ha presieduto al Colosseo sono stati dei giovani. Gli occhi e le parole dei 15 ragazzi di un liceo romano coordinati dal loro professore ci hanno raccontato la “loro” passione.
La scelta di dedicare un Sinodo dei Vescovi ai giovani indica quella che per Bergoglio è un’urgenza e, al contempo, una priorità per la Chiesa e per la società universali (non solo italiane). Sono un’urgenza e una priorità che si stanno, via via, declinando in diversi modi. Uno di questi modi è dare parola ai giovani per sentire il loro pensiero, le loro speranze, i loro dubbi, le loro paure. In questo senso la Via Crucis al Colosseo di questa Settimana Santa è stata particolarmente significativa e carica di valore simbolico. Per dare parole ai giovani e alle giovani non basta un gesto di benevolenza, una sorta di concessione paternalistica. È necessario anche interloquire con loro, porre loro delle domande, sulla vita, sul senso dell’andare, sulla fede e in questo mettersi in gioco come adulti. Invece di chiedere loro perché non vai a messa, perché non proviamo a chiedere “Perché, secondo te, io e mamma andiamo a messa?”. Domanda intrigante perché ci chiama in causa, chiede a noi stessi adulti di provare a rendere ragione della nostra fede. D’altra parte, al punto in cui siamo, una delle responsabilità che, oggi più che mai, ci riguardano come adulti è quello di riuscire a far emergere le domande più profonde e scomode capaci di interpellare le giovani generazioni. E per questo, prima ancora, le generazioni cosiddette adulte.
Già… Perché andiamo a messa? Per abitudine, per fede, per pressione sociale, perché siamo “antichi”… Cosa celebriamo a messa? Cosa significa che la risurrezione di Cristo è il centro della nostra fede? Che ricadute ha sulla mia vita? È una questione solo personale o che interpella la comunità? E la Chiesa in tutto questo cosa c’entra? E così via.
Porre e porsi domande è forse il modo vero per non vivere appiattiti su un eterno presente, per non dare per scontato il cammino di vita in cui siamo inseriti, per non liquidare la realtà con un tweet, ma intuirne il mistero e la grandezza che Gesù Cristo ci ha reso comprensibile. Porre domande può portarci a scoprire che non siamo poi così sicuri delle risposte, ma forse l’eredità che dobbiamo lasciare ai nostri giovani non sono tanto le certezze quanto il sapore di domande che da sempre hanno mosso il cuore di donne e uomini. Domande come: “Chi cercate?”. Oppure, “Chi dite che io sia?”. Domande scomode che bisogna avere il coraggio di porsi e di porre agli altri.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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