Il voto, occasione da non sprecare

La democrazia è fatica, costante ricerca di equilibri nuovi, di nuove relazioni, di rispetto della pluralità di visioni, idee e percorsi, ma anche volontà e capacità di arrivare a una sintesi che consenta ai diversi di camminare insieme. Lo scontro politico, anche duro e sferzante, è sano e produttivo se non perde di vista il fine stesso della democrazia che è e resta il bene comune

Due incognite più di altre pesano sul voto del prossimo 4 marzo: la percentuale delle astensioni e quale maggioranza di governo ne possa mai uscire.
Le previsioni più accreditate annunciano in forte crescita il numero di coloro che non andranno alle urne. Perché delusi e sfiduciati, perché ritengono inutile il voto o perché brandiscono il non voto come arma per “dare una lezione” ai partiti e ad un sistema politico da cui non si sentono rappresentati ma soltanto manipolati.
Vedremo se andrà davvero così o se le previsioni più nere saranno smentite. L’astensione in sé stessa, è scelta da non demonizzare, perché non è sempre sinonimo di disimpegno.
Nella vita di una democrazia, tuttavia, ancor più in una fase confusa che, persi per strada ideali e ideologie, annuncia cambiamenti profondi con forti scossoni alla “casa comune” (si legga Italia, ma anche Europa), appare come opzione insostenibile. Significa lasciare irresponsabilmente che altri decidano la direzione che dovrà prendere l’Italia nel prossimo futuro. Altri che – mi si passi l’espressione – se ne faranno un baffo di chi non ha voluto dare la propria indicazione. Scegliere chi dovrà guidare questo processo decisionale, comporta un duplice esercizio: di responsabilità sociale e di interesse personale. Se al primo rinunciano in molti, rinunciare al secondo è autolesionismo.
Il Paese e tutti noi, in questo momento, abbiamo bisogno di più politica, non di meno. Certo, votare per principio “di realtà” è meno accattivante che farlo per entusiasmo e convinzione. Forse è proprio questo che demotiva i più giovani, tra i quali è prevista una percentuale altissima di astensioni. Ma questa è ciò che sfida da sempre la nostra responsabilità e maturità: sapersi misurare anche con i limiti e le contraddizioni della democrazia, che sono sotto gli occhi di tutti e che nessuno può risolvere con la bacchetta magica. Non votare non fa che esaltare tali limiti e contraddizioni. Aprendo spazi più ampi per chi la democrazia, se non farne a meno vorrebbe per lo meno poter manipolare a proprio piacimento. Come purtroppo già avviene in molti paesi, del Sudamerica ma anche in Europa (vedasi Polonia e Ungheria), e in settori vitali del Paese, come l’economia e la finanza, che ormai prescindono sempre più dalla base della rappresentanza democratica.
La democrazia è fatica, costante ricerca di equilibri nuovi, di nuove relazioni, di rispetto della pluralità di visioni, idee e percorsi, ma anche volontà e capacità di arrivare a una sintesi che consenta ai diversi di camminare insieme. Lo scontro politico, anche duro e sferzante, è sano e produttivo se non perde di vista il fine stesso della democrazia che è e resta il bene comune. L’astensione motivata dalla decadenza dei costumi politici e sociali, dal rifiuto di politici non all’altezza o variamente compromessi, dal giudizio inappellabile che la politica non fa quello che dovrebbe per servire i cittadini, lascerà sempre il tempo che trova. Non è questa la strada che può portare ai cambiamenti che auspichiamo e vorremmo.
Che maggioranza e quale governo sarà possibile dopo il voto?
Diversi gli scenari possibili. I tre schieramenti che si contendono la vittoria, centrodestra, centrosinistra e 5Stelle, quale che sia la loro posizione nella classifica finale, dovranno fare i conti con il numero reale dei seggi ottenuti. Se nessuno dei tre ne avrà la maggioranza assoluta, dovrà per forza cercare un accordo con altri gruppi e partiti. Non si tratterebbe di inciucio, perché proprio questa delle alleanze dopo il voto è la logica della legge elettorale proporzionale con cui andiamo alle urne. Come accadeva nella prima Repubblica. Un’alleanza che ripudierebbe quasi certamente i candidati premier “ufficiali” di ciascun schieramento, che potrebbe spezzare gruppi e coalizioni, perché è assai improbabile, per esempio, che chi arriva in parlamento con l’obbiettivo di portare l’Italia fuori dall’Europa possa poi governare con chi ha ottenuto i voti per promuovere una maggiore integrazione europea.
Nel caso, tutt’altro che remoto, che da queste elezioni, come già cinque anni fa, esca una clamorosa “non vittoria”, prepariamoci ad una lunga e defaticante stagione di trattative. Dagli esiti incerti e per niente scontati. Sperando, come sempre, da un lato che la buona stella che spesso accompagna l’Italia, ci eviti eccessive (e pericolose) turbolenze dei mercati finanziari; dall’altro che prevalga la forza persuasiva ma anche politica, della più alta e credibile istituzione su cui può contare l’Italia. Il Presidente della Repubblica.
Questo futuro prossimo dell’Italia è comunque nelle nostre mani. Lo sceglieremo domenica 4 marzo nel segreto dell’urna.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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