Cosa ci giochiamo questa domenica

Astenersi per punire i partiti? Molti, purtroppo, lo faranno. Noi invece andremo a votare. L’unica cosa certa è che un voto in meno non cambierà l’Italia in meglio. Un voto in più, dato in maniera consapevole, può comunque aiutare. Il resto, lo scopriremo lunedì mattina.

Questa domenica l’Italia è chiamata al voto. Non è retorica, né una frase fatta, dire che siamo a uno snodo cruciale, in cui forse più di altre volte il nostro voto è gravato di responsabilità. Andiamo alle urne con una legge elettorale nuova, in un clima di estrema incertezza, con l’alta probabilità che non emerga – e sarebbe la seconda volta consecutiva – una chiara maggioranza. Ma c’è anche un contesto europeo che viene da anni travagliati e guarda con preoccupata attenzione al nostro Paese: la Gran Bretagna avviata sul cammino della Brexit, la Spagna alle prese con le aspirazioni indipendentiste della Catalogna, la Germania senza governo, la Francia che ha visto il crollo dei partiti tradizionali a destra come a sinistra. Se questo è il quadro di un continente e di una nazione in affanno, possiamo forse prepararci al voto ponendoci una sola domanda, che tante altre ne contiene al suo interno: ma cosa ci giochiamo, questo 4 marzo?
I servizi che i nostri due settimanali hanno pubblicato nelle ultime settimane, mettono in luce almeno due questioni cruciali. La prima, la più urgente e la più negletta, è la consapevolezza che sull’Italia si sta abbattendo una “catastrofe demografica” i cui esiti sono, purtroppo, prevedibili. Gridiamo all’invasione, e intanto non abbiamo più giovani. Un italiano su quattro ha già compiuto 65 anni: fanno vincere le elezioni, ma non fanno vincere la sfida del futuro. Non è questione di destra o sinistra, è semplice buonsenso dire che se l’Italia non torna a essere un Paese amico della famiglia, la strada del declino è già segnata.
La seconda questione – anch’essa abilmente scansata dalla propaganda elettorale – è legata al balzo che il nostro debito pubblico ha compiuto in pochi anni arrivando al 130 per cento del prodotto interno lordo. Viviamo facendo debiti, consumando più di quel che produciamo, e al tempo stesso aumenta la povertà. Troppo grandi per fallire? Non finiremo come la Grecia? Speriamo sia così, ma non ci metteremmo la mano sul fuoco.
Forse c’è una terza questione capitale di fronte a noi, ed è la tenuta stessa della democrazia. Che è un fiore fragile, da innaffiare ogni giorno di partecipazione e di passione se non lo si vuole veder deperire. Questa campagna elettorale ci ha offerto ben altro spettacolo, tra risse, promesse irrealizzabili, comparsate televisive e un sostanziale vuoto di iniziative nei territori. Astenersi per punire i partiti? Molti, purtroppo, lo faranno. Noi invece andremo a votare. L’unica cosa certa è che un voto in meno non cambierà l’Italia in meglio. Un voto in più, dato in maniera consapevole, può comunque aiutare. Il resto, lo scopriremo lunedì mattina.

Lauro Paoletto è direttore della “Voce dei Berici” (Vicenza)

Guglielmo Frezza è direttore della “Difesa del Popolo” (Padova)

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