Embraco, il lavoro resta un’emergenza

La nuova crisi aziendale ripropone in cima alle priorità la questione lavoro (dramma che tocchiamo con mano anche nel nostro territorioproduttivo, vedi il caso Omba, solo per citare l’ultimo) in un contesto in cui gli interessi dei lavoratori sembrano inconciliabili con l’arroganza della finanza globale

(Foto: AFP/SIR)

Mentre il calendario corre veloce verso il 4 marzo, quando ci daremo un nuovo Parlamento, ci pensa la cronaca a ricordare ai leader politici le emergenze e le esigenze del Paese.

L’ultimo caso si chiama  Embraco, multinazionale brasiliana (presente in sette Paesi con circa 11mila dipendenti) controllata da Whirlpool America Latina che a sua volta fa capo a  Whirlpool corporation. Uno stabilimento con 535 dipendenti a Riva di Chieri, comune dell’area metropolitana di Torino che sembra destinato a chiudere. È di questi giorni, infatti, la notizia che la multinazionale ha deciso di licenziare 497 dipendenti e trasferire lo stabilimento in Slovacchia. Il Governo aveva messo sul tavolo la richiesta di attivare la cassa integrazione, dando così alcuni mesi per trovare una soluzione alternativa a tutela dei lavoratori. Invece Embraco ha risposto picche, sbattendo la porta in faccia a lavoratori e Governo.

Se le analisi sono confermate siamo di fronte a quello che tecnicamente si definisce “dumping sociale”, ovvero il mancato rispetto delle leggi in materia di sicurezza, diritti del lavoratore e tutela ambientale, che consente a un’impresa di ridurre i costi di produzione e quindi di vendere le proprie merci a prezzi molto più bassi di quelli di mercato. E non è un caso se il ministro dello sviluppo economico Calenda si è precipitato a Bruxelles per chiedere l’intervento della Ue nei confronti della Slovacchia. Il problema, infatti, non è tanto e solo del nostro Paese, ma coinvolge l’intera Unione.

La nuova crisi aziendale ripropone in cima alle priorità la questione lavoro (dramma che tocchiamo con mano anche nel nostro territorioproduttivo, vedi il caso Omba, solo per citare l’ultimo) in un contesto in cui gli interessi dei lavoratori sembrano inconciliabili con l’arroganza della finanza globale.

Due le considerazioni che non bisogna perdere di vista: di fronte a un mercato globalizzato è la politica che deve ritrovare la forza per tutelare chi è più debole e non sacrificare sempre il futuro di lavoratori e famiglie. Di qui passa concretamente la promozione della dignità della persona oppure l’inchinarsi al moloch della finanza globale. Ma questo, da tempo peraltro, non è più possibile farlo come singolo Paese. Per questa ragione si deve lavorare per avere un’Europa più forte e credibile, che riesca a portare, per esempio, stipendi simili in tutta la Ue.

Pensare di rispondere alle sfide che vengono, per esempio, dal mercato del lavoro, chiamandosi fuori in una sorta di splendido isolamento è una bugia che magari può ingannare qualche elettore, ma che potrebbe costarci molto cara.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

 

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