“Armatevi” e… votate

Garantire la sicurezza è uno dei compiti dello Stato e questo dobbiamo chiedere,  non alimentare una deriva violenta che non si sa dove ci porterà. Chissà cosa direbbe Mahatma Gandhi di cui a fine gennaio si sono ricordati i 70 anni dalla morte, lui intrepido assertore della non violenza (patrimonio anche cristiano), di fronte a questi scenari. La violenza produce solo violenza. La storia dovrebbe avercelo insegnato. Anche per questo, una pistola non vale il nostro voto.

Una pistola in cambio di un voto. Chissà se a qualche leader politico è venuta questa idea come possibile slogan o promessa in questa campagna elettorale bislacca, in cui si fa così fatica a riconoscere la realtà dalle patacche, le promesse fondate dai bidoni elettorali. Comunque la si guardi la sicurezza è uno di quei temi in cima alla lista nei dibattiti elettorali, anche sull’onda di episodi di violenza (da Macerata a Pisa) dove le armi sono le protagoniste assolute. Tra le considerazioni utili a inquadrare la questione, due ci sembrano significative. La sicurezza è una questione seria, un’esigenza legittima assolutamente da non sottovalutare. Occorre però, essere anche consapevoli che tale dimensione è strettamente connessa alla paura, emozione primaria, non facilmente governabile e che, anzi, si può alimentare ad arte a prescindere dalla effettiva realtà. Si pensi ai bambini: se sono al buio e sentono dei rumori, possono facilmente credere a qualcuno che gli dica “Arrivano i mostri!”. È quanto accade da tempo nel nostro Paese. I dati parlano chiaro: reati in calo, immigrati regolari e irregolari diminuiti. Eppure tra realtà e percezione c’è una distanza, per certi versi, incredibile.

Queste considerazioni vanno, infine, accompagnate con alcuni interrogativi: qual è il modo migliore per garantire la nostra sicurezza? Dotarci tutti di una pistola? Ne siamo sicuri? La crescente aggressività e violenza che registriamo nella società (a tutti i livelli) sarebbe meglio controllata se tutti fossimo armati e legittimati a sparare al primo che riteniamo ci minacci? La reazione a uno che minaccia la mia sicurezza non deve prevedere una proporzione tra offesa e difesa? E così, se uno tenta di derubarmi, davvero io sono autorizzato a rispondere come credo, fino anche ad ammazzarlo anche se lui sta fuggendo e non minaccia la mia vita? Tutto questo ci porta a una delle domande centrali in vista del voto: che società vogliamo? Che futuro stiamo preparando per i nostri figli? Tutti i leader così preoccupati della sicurezza, perché non propongono anche di investire di più nell’azione di prevenzione, nei progetti sociali ed educativi per ricostruire le tante comunità frammentate o addirittura lacerate? Garantire la sicurezza è uno dei compiti dello Stato e questo dobbiamo chiedere,  non alimentare una deriva violenta che non si sa dove ci porterà. Chissà cosa direbbe Mahatma Gandhi di cui a fine gennaio si sono ricordati i 70 anni dalla morte, lui intrepido assertore della non violenza (patrimonio anche cristiano), di fronte a questi scenari. La violenza produce solo violenza. La storia dovrebbe avercelo insegnato. Anche per questo, una pistola non vale il nostro voto.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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